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La terapia: una poesia al dì

La terapia della parola scritta

La terapia della parola scritta

(RDB)

Grazie all'iniziativa «Leggere, con cura» – presentata alle Giornate letterarie di Soletta – la poesia è entrata negli ospedali. Un'occasione per dare un senso all'esperienza della malattia che accomuna curanti e pazienti.

Oltre ai medicamenti e agli interventi clinici per curare il corpo, chi è malato necessita di sensibilità e attenzione da parte del personale curante. Nel contempo, il paziente stesso è chiamato a riflettere sul senso della malattia, a cercare una difficile riconciliazione con quanto sta accadendo.

La letteratura costituisce uno strumento eccezionale per raggiungere entrambi gli obiettivi: partendo da questa considerazione, l'Ospedale regionale di Lugano – sulla base di un'iniziativa analoga effettuata in Italia – ha realizzato il progetto «Leggere, con cura».

Leggere e poi scrivere

A partire dal 1° marzo 2010 – Giornata del malato – ai pazienti e al personale curante sono quindi state distribuite sull'arco di sette giorni 10'000 cartoline con versi inediti composti da poeti della Svizzera italiana. In seguito, i malati hanno avuto a loro volta l'opportunità di proporre una riflessione, partecipando così con oltre 100 poesie al concorso «Scrivere, con cura».

Fra il centinaio di poesie pervenute ne sono state premiate quattro, poiché giudicate particolarmente rappresentative. Tra queste, quelle di due madri: la prima dedicata a Elena che nasce per «un nuovo amore che crescerà all’infinito»; la seconda racconta invece una storia più dolorosa – «Mio figlio sta morendo, perché non accettarlo?» –, ma poi tutto cambia e: «Mi hai salvato dottore proprio quando la speranza è svanita».

E ancora il «Serrato nel gran silenzio senza voce pare Cristo sulla croce» di Luciano e la voglia di vita di Ermanno: «La sera poi è qualcosa di meraviglioso guardare là, sopra la Collina d’Oro con il bagliore arancione del tramonto del sole, chiudere gli occhi e pensare alla notte, alla notte di Va pensiero che nei miei ottant’anni non ho mai provato».

Educare alla sensibilità

In occasione delle Giornate letterarie di Soletta, il dottor Roberto Malacrida – primario del reparto di medicina intensiva all'ospedale di Lugano e responsabile della rivista Medical humanities [approccio che coniuga i progressi medici all'empatia verso il paziente] – ha fatto presente che «curare non si limita all'espletamento di mansioni tecniche, così come la malattia non è soltanto l'evoluzione di una patologia».

Proprio per questo motivo, ha aggiunto, «la letteratura è importante poiché apre l'immaginazione, educa alla sensibilità e in definitiva permette di comprendere meglio la malattia, di far emergere e di accettare le emozioni suscitate dal rapporto di cura, rielaborandole e inserendole in un piano esistenziale».

Il testo poetico, spiega Malacrida, «suscita emozioni, fa riflettere e aiuta a dare un senso all'esperienza della sofferenza e del dolore». Per esemplificare questo concetto, Malacrida ha poi letto con emozione una poesia di Fabio Pusterla:

Sul treno: l’evidenza, che per
un istante mi stupisce,
con cui riconosco la malattia
nel marito di una donna.
Lei allegra, attenta, vivace con
la figlia;
lui immobile, infastidito, torpido
nei movimenti.
Lei che ogni tanto lo guarda
di nascosto, con angoscia.
Proprio come mia madre, un tempo,
guardava mio padre
.

Canale di comunicazione

La letteratura aiuta, ma cura davvero? Il medico ha potuto constatarlo nella sua pratica clinica? «No, anche perché, per poterlo affermare con sicurezza, sarebbe necessario eseguire un rigoroso studio scientifico, ciò che risulterebbe forse inadeguato in un ambito come quello letterario», risponde Malacrida.

L'esperienza di portare la poesia nelle corsie d'ospedale, precisa, «nasce da una considerazione: il curante deve essere una persona sensibile, e deve restarlo. E la poesia, così come il cinema e la musica, permette di raggiungere questo obiettivo, instaurando quindi un ulteriore canale di comunicazione tra chi cura e chi riceve le cure».

Senza contare, ricorda Malacrida, che la letteratura è anche un ottimo aiuto durante le giornate di convalescenza, spesso scandite dalla routine obbligata della vita ospedaliera.

Non solo per guarire

In generale, spiega il medico, tutta la riflessione delle Medical humanities è volta a comprendere meglio il malato e la malattia: uno sforzo non scontato, specialmente per curanti giovani e magari mai trovatisi nei panni del paziente.

Storicamente, rileva, «scrittori come Albert Camus e Thomas Mann hanno saputo – grazie alla loro genialità – avvicinare medici e infermieri al mondo della malattia e dei malati, andando oltre il mondo costituito dalle analisi di laboratorio, dalla radiologia, dalle diagnosi. Si tratta di un aspetto fondamentale, perché il curante riesce a capire un po' meglio come si sentirà il prossimo paziente che si troverà di fronte».

Senza dimenticare un'altra importante verità: «Nel corso degli ultimi trent'anni, anche grazie ai lavori della dottoressa Elisabeth Kübler-Ross [medico svizzero, pioniera nello studio dell'assistenza ai malati terminali], si è capito che curare non significa soltanto curare per guarire. A volte la guarigione non è possibile, ma è necessario continuare a seguire il paziente – in un modo diverso, ma sempre con sensibilità e delicatezza – anche nell'ultima fase».

Andrea Clementi, Soletta, swissinfo.ch

Roberto Malacrida

Il dottor Roberto Malacrida dirige il reparto di cure intensive dell’Ospedale Regionale di Lugano. Parallelamente all'attività clinica, è professore associato presso la Facoltà di Medicina dell'Università di Ginevra e professore titolare all'Università di Friburgo per l'insegnamento della neurofisiologia dello stress e dell'etica medica.

Coordina inoltre il Master internazionale in Medical Humanities (II livello) delle Università dell'Insubria e di Ginevra. È stato presidente della Società svizzera di etica biomedica, membro del Comitato nazionale di Swisstransplant e della Commissione centrale di etica dell'Accademia svizzera delle scienze mediche.

Dirige la rivista per le Medical Humanities e l'Istituto di ricerca interdisciplinare in etica clinica e dell'Ente ospedaliero cantonale. È presidente del Comitato scientifico dell'Osservatorio per le Medical Humanities della Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana.

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Leggere, con cura

Il progetto pilota è stato messo in atto nel giugno 2009 presso l’ospedale di Lecco: ai degenti nei reparti di ortopedia e di riabilitazione cardiologica sono state proposte diverse poesie concernenti il tema della cura e della riconciliazione.

Nel 2010 l'iniziativa «Leggere, con cura» è stata messa in atto anche nelle due sedi dell'Ospedale regionale di Lugano.

Sette poeti – Fabio Pusterla, Giovanni Orelli, Pietro De Marchi, Alberto Nessi, Gilberto Isella, Donata Berra e Aurelio Buletti – hanno offerto una poesia al giorno per sette giorni, attraverso cartoline a disposizione di pazienti e personale curante.

In seguito, anche i malati hanno avuto la possibilità di dare spazio alle propria creatività attraverso il concorso «Scrivere, con cura».

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