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Votazioni in Iran

KEYSTONE/AP/EBRAHIM NOROOZI

(sda-ats)

È stato definito un voto storico per l'Iran. E l'affluenza ai seggi per eleggere il nuovo presidente sembra dimostrarlo.

I dati sui votanti non sono ancora stati diffusi, ma le lunghe code hanno costretto le autorità a prolungare di due ore le operazioni di voto. D'altra parte la Repubblica islamica sembra davvero essere a una svolta.

Non è tanto la sfida tra il presidente moderato riformista, Hassan Rohani, e il suo antagonista conservatore, Ebrahim Raisi. È piuttosto la scelta tra l'apertura dell'Iran al dialogo con il mondo e il prudente ritorno al rifiuto di questo dialogo caratterizzato da una quarantennale, e forse allora giustificata, diffidenza verso l'Occidente.

I quattro anni di Rohani, che hanno un po' ricordato quello che fu il periodo nuovo del riformista Khatami, sono stati caratterizzati da una svolta diplomatica sicuramente accelerata dalla lungimiranza del vero braccio destro del presidente, l'intelligente e preparato ministro degli esteri Mohammad Javad Zarif, con il quale ha lavorato per uscire dal terribile periodo delle sanzioni che incombevano nel periodo di presidenza di Mahmoud Ahmadinejad.

Sono stati loro gli artefici di quell'accordo sul nucleare che nel 2015 ha portato alla riapertura della fiducia reciproca verso Occidente. Ma proprio su quell'accordo, contestato dai conservatori, sembrano giocarsi le sorti di queste elezioni che qualcuno ha definito una specie di referendum popolare su quella scelta.

In campagna elettorale, infatti, l'accordo sul nucleare è stato l'argomento più discusso. Per Raisi, come per tutta la parte più conservatrice, è stato un errore perché ha dato eccesso di apertura e di fiducia all'Occidente permettendo che l'Iran fosse "preso in giro", soprattutto dal nemico americano. Una considerazione che parte dal presupposto che non sarebbero arrivati all'Iran tutti quei benefici che erano stati promessi.

In realtà, sul fronte delle sanzioni, resta un grande problema che il governo Rohani si è impegnato a risolvere, ma che non è ancora riuscito a risolvere: lo sblocco delle transazioni bancarie. Un problema che tiene bloccati accordi per miliardi di euro. E se Rohani ha promesso che, in caso di rielezione, si impegnerà a lavorare per togliere tutte le sanzioni ancora in piedi, sembra assai difficile che questo possa avvenire in caso di ritorno al governo dei conservatori.

Ma lo spirito degli iraniani è spesso impulsivo. Anche per questo è difficile fare previsioni su cosa verrà fuori domani dalle urne.

Prudenti e assai timidi sondaggi davano la settimana scorsa Rohani in vantaggio, ma non tanto da vincere al primo turno. Secondo quello dell'Irna, i riformisti e moderati che fanno capo a Rohani avrebbero il 41,8%. Meno di quanto raccolse Rohani nel 2013, quando fu eletto al primo turno con il 50,71% su oltre 36 milioni di votanti.

Il consenso dichiarato per i conservatori, che fanno capo a Raisi, sarebbe invece del 23,3%. Il resto degli intervistati si era dichiarato ancora indeciso. In ogni caso, qualora non si superi la soglia del 50%, venerdì prossimo si tornerà alle urne per il ballottaggio. E sono molti a credere che, in tal caso, la strada di Rohani potrebbe essere in salita.

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SDA-ATS