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Club Alpino Svizzero Montagna da promuovere, montagna da proteggere

L'elisci riscalda spesso gli animi.

(Keystone)

Protezione della natura e promozione degli sport di montagna: da sempre il Club alpino svizzero, che festeggia i suoi 150 anni d’attività, cerca di destreggiarsi per conciliare questi due obiettivi spesso contrapposti. Con più o meno successo.

L’elisci va o non va limitato? Da anni questa pratica che consiste nel raggiungere zone di montagna poco accessibili in elicottero e scendere a valle con gli sci suscita dibattito. Ed è sintomatico del dilemma con cui è confrontato il Club alpino svizzero (CAS).

Da un lato, l’obiettivo del CAS è di «promuovere la pratica degli sport di montagna quale esperienza aperta al vasto pubblico», come si legge nei suoi statuti. Dall’altro il club si impegna «in favore di uno sviluppo durevole e della salvaguardia del mondo della montagna e delle forme culturali ad esso relazionate».

La difficile arte del compromesso

Conciliare sport di massa e protezione della natura? Spesso è come cercare la quadratura del cerchio. A Zermatt, per esempio, contrariamente al comitato centrale del CAS, le sezioni vallesane del club si sono opposte alla decisione dell’Ufficio federale di aviazione civile di vietare l’elisci sul versante occidentale della valle.

«Questa pratica è un elemento molto importante per garantire un’offerta variata. Se non possiamo più proporlo, perdiamo soprattutto ospiti con un elevato potere d’acquisto. E ciò si ripercuote non solo sulle guide di montagna o le società di elicotteri, ma anche su alberghi, ristoranti, impianti di risalita», sottolinea Daniel Luggen, direttore dell’ufficio del turismo della località di Zermatt.

«Effettivamente è difficile conciliare i due aspetti – ammette Françoise Jaquet, neopresidente del CAS. Cerchiamo però sempre di trovare un compromesso. Per quanto concerne l’elisci, non siamo contrari a questa pratica. Non vogliamo però zone d’atterraggio in aree protette, anche se siamo pronti a discutere su eventuali eccezioni».

Secondo Katharina Conradin, le istanze centrali del CAS si trovano un po’ tra l’incudine e il martello. Da un lato vi sono sezioni delle regioni di montagna che vogliono un accesso più ampio possibile, dall’altro sezioni urbane propense a condurre una politica più restrittiva, spiega la direttrice di Mountain Wilderness, un’associazione che milita per la salvaguardia di spazi incontaminati in montagna e i cui attivisti a metà aprile hanno inscenato una manifestazione contro l’elisci sul Monte Rosa.

Per Daniel Anker, che ha diretto la realizzazione del libro Helvetia Club, pubblicato in occasione dei 150 anni del CAS, questo fossato tra sezioni urbane e montane è semplicemente «lo specchio della società» (vedi intervista a fianco). Lo stesso divario si ritrova a volte quando vi sono decisioni politiche da prendere, ad esempio in occasione della recente votazione sulle residenze secondarie, appoggiata a larga maggioranza nelle città e respinta nelle regioni turistiche alpine.

Da club d’élite a club di massa

Il Club alpino svizzero nasce ufficialmente il 19 aprile 1863 alla stazione di Olten. I soci fondatori sono 35, in maggioranza basilesi. Tra di essi vi è anche il chimico bernese Rudolph Theodor Simler, nominato presidente del club.

Era stato proprio Simler, un anno prima, ad evocare per la prima volta la necessità di una simile associazione. In una lettera indirizzata «agli alpinisti e amici delle Alpi svizzere» aveva sottolineato di trovar «scomodo, per non dire vergognoso» che per informarsi sulle montagne svizzere si dovesse ricorrere a scritti in inglese.

In quegli anni, infatti, erano soprattutto i britannici a rendersi protagonisti sulle Alpi svizzere.

Nell’anno della sua fondazione, il CAS costruisce la sua prima capanna, la Grünhornhütte, nelle Alpi glaronesi.

Riservato inizialmente alle élite borghesi, il club si è progressivamente popolarizzato. Nel 1913, i membri erano 13'702, distribuiti in 58 sezioni. Nel 1963, 44'649 (62 sezioni) ed oggi sono più di 140'000 (111).

Oltre a possedere e gestire 152 rifugi (9'200 posti letto), il CAS finanzia il Museo alpino di Berna e, assieme alla Guardia aerea svizzera di soccorso (Rega), la Fondazione Soccorso alpino svizzero.

Nel 2012, nei 152 rifugi del CAS sono stati totalizzati 310'000 pernottamenti, all’incirca quanto registrato in prestigiose località turistiche come Montreux, Ascona o Pontresina.

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Un vecchio dilemma

Questo dilemma non è comunque nato negli ultimi anni. Anzi. È una costante nella storia del CAS e ha iniziato a emergere dalla fine del XIX secolo, quando le montagne sono diventate vieppiù accessibili.

Nei primi anni della sua storia, a preoccupare il CAS non è tanto il numero eccessivo di escursionisti e scalatori (la pratica dello sci si svilupperà più tardi), quanto la crescente industrializzazione, ricorda Martin Gutmann, in un capitolo del libro Helvetia Club. Non è un caso che la prima campagna politica del CAS è contro un progetto di acciaierie presentato nel 1887, che avrebbe comportato la deviazione delle cascate del Reno, nei pressi di Sciaffusa.

Teleferiche, sì o no?

In questo periodo, nascono anche i primi progetti di ferrovie alpine e impianti a fune. La prima teleferica turistica è inaugurata al Wetterhorn nel 1908 e quattro anni dopo la Ferrovia della Jungfrau trasporta i primi viaggiatori. Per il CAS – scrive ancora Gutmann - «l’offesa era doppia: oltre alla deturpazione delle più belle cime, si aggiungeva la possibilità data ai non alpinisti di accedervi».

Non tutti i membri dell’associazione vedono però di cattivo occhio questo sviluppo. Cosa, se non queste infrastrutture, può facilitare e promuovere gli sport di montagna? Ad imporsi è però la corrente anti-treni. Il CAS si oppone, con successo, a progetti di costruzione di linee sul Cervino, sulle Diablerets e sul Pizzo Bernina. Nel 1907 è introdotto negli statuti un paragrafo che stipula l’obiettivo del club di contribuire a proteggere la bellezza delle montagne.

Per diversi anni, il CAS svolge un ruolo importante nella salvaguardia del paesaggio. «Fino agli anni ’70, il club era piuttosto progressista in materia di protezione ambientale. Ad esempio ha svolto un ruolo centrale nella creazione della Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio o dell’Inventario federale dei paesaggi, siti e monumenti naturali d’importanza nazionale», sottolinea Katharina Conradin.

«In seguito, con la forte crescita degli sport alpini, l’associazione ha preso una direzione un po’ più economica», osserva la direttrice di Mountain Wilderness. Questa associazione, fondata nel 1987, è nata anche per contrapporsi alla strada seguita dal CAS.

Sviluppo, ma entro certi limiti

Oggi, l’elisci non è di certo l’unica questione problematica. Un altro punto d’attrito sono le zone di tranquillità, all’interno delle quali si cerca di restringere le attività umane entro limiti tollerabili per la fauna. «Manca una definizione chiara, osserva Françoise Jaquet. Alcuni cantoni e comuni hanno decretato un divieto d’entrata totale. Altri invece hanno stabilito che si può entrare, ma che bisogna rimanere sui sentieri. Per noi è importante poter partecipare alle discussioni o almeno essere consultati prima della decisione e non essere messi di fronte al fatto compiuto».

A suscitare dibattito sono anche i rifugi, alcuni dei quali sono diventati, secondo i puristi, quasi come alberghi a cinque stelle e per questo attirano sempre più gente. «I rifugi sono di competenza delle sezioni. Da parte nostra, raccomandiamo di non spingersi troppo in là con il confort. In un rifugio non c’è bisogno di una sauna, come a volte capita di vedere nelle Alpi italiane. Quando si rinnovano questi edifici bisogna sempre prendere in considerazione l’ambiente, utilizzando ad esempio energie rinnovabili, piuttosto di un generatore, e migliorare l’evacuazione delle acque luride», spiega Françoise Jaquet.

Queste considerazioni non valgono solo per le capanne, ma per le attività del CAS in generale. «Ultimamente il CAS ha stampato un’ampia guida sulla scalata nei Grigioni, dove sono presentati siti finora poco conosciuti. Da un lato ciò rappresenta un proseguimento di quanto il club ha sempre voluto fare: presentare le montagne svizzere», osserva dal canto suo Daniel Anker. «Dall’altro, presentare questi siti attira altre persone. Se si passa da 10 persone che scalavano a 1'000, cosa bisogna fare? Regolamentare? Vietare? È una matassa difficile da districare».

Secondo Anker, gli aspetti ambientali sono comunque ormai ben radicati all’interno del club. «Ad esempio, quando le guide di sci preparano delle carte escursionistiche lavorano a stretto contatto con gli uffici della foresta e della fauna. Le regole sono molto più restrittive rispetto a prima e se questi uffici dicono che sarebbe meglio evitare di preparare una guida per questa o quest’altra area, semplicemente non la si fa».

Una rosa e le sue spine

Presentato come esempio in materia di sviluppo sostenibile all’inaugurazione nel 2009, il rifugio del Monte Rosa sta attualmente dando grattacapi al Club alpino svizzero.

Contrariamente a quanto si prevedeva, l’energia prodotta dall’impianto fotovoltaico non basta a coprire i bisogni nemmeno nei giorni di bel tempo. Inoltre il sistema di evacuazione delle acque usate, altamente sofisticato, non funziona a dovere. Le acque usate dei WC e della cucina della capanna finiscono attualmente nella neve, ha rivelato televisione svizzera tedesca SRF.

Il rifugio high tech è vittima del proprio successo, ha spiegato Bruno Lüthi, responsabile della comunicazione per le capanne al CAS. Le infrastrutture tecniche non erano state progettate per un simile afflusso. Dall’inaugurazione, sono stati registrati in media circa 11mila pernottamenti per stagione.

Il problema dello smaltimento delle acque usate preoccupa il servizio vallesano della protezione dell'ambiente. In attesa di una soluzione definitiva, si sta valutando che misure adottare transitoriamente.

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swissinfo.ch


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