Un diamante verde per ammirare il Cervino

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Circondato da ghiacciai e vette imponenti, nel cuore delle Alpi, il nuovo rifugio del Monte Rosa sposa design, alta tecnologia e sviluppo sostenibile. Un viaggio alla scoperta di un gioiello architettonico ed artistico.

Questo contenuto è stato pubblicato il 15 ottobre 2009 - 17:34

Lanciato nel 2003 dal Club alpino svizzero (CAS) per segnare il 150esimo anniversario dell'Politecnico federale di Zurigo, il progetto si è concretizzato a fine settembre con l'inaugurazione ufficiale del rifugio del Monte Rosa.

Abbarbicata a 2880 metri sopra il livello del mare, la struttura a poligono irregolare è energeticamente autosufficiente al 90% ed è stata costruita per rimpiazzare la vecchia capanna risalente al 1895. Ma a differenza dei canonici rifugi di montagna a cui siamo abituati, il politecnico ha progettato un vero gioiello tecnologico e artistico nel cuore delle Alpi.

Le pareti esterne, ricoperte da uno strato di alluminio o da vetrate, si congiungono senza interruzione di continuità al tetto, creando una forma che ricorda quella dei cristalli. Completamente di legno, l'interno è invece fornito di un sofisticato sistema energetico capace di sfruttare al massimo le possibilità messe a disposizione dall'ambiente, producendo il minimo scarto.

«È un piccolo gioiello», ammette fiero l'architetto del Politecnico Andreas Deplazes mentre siamo seduti su una roccia sovrastante il nuovo stabile. «È uscito ancor meglio di quanto mi aspettassi e sono contento che all'inizio non ci siamo resi conto di quanto sarebbe stato difficile... »

Secondo Deplazes, il nuovo rifugio è il risultato della fusione di diversi elementi: una struttura compatta, con un'intelligente razionalizzazione dell'energia che si inserisce bene nell'immenso paesaggio roccioso.

Energia solare

«La nostra idea di base era di utilizzare le risorse della regione: il sole e l'acqua», spiega Matthias Sulzer, direttore generale di Lauber IWISA, ufficio associato al progetto.

Così, questo rifugio in grado di ospitare 120 persone, produce il 90% della sua elettricità con il sole (16 chilowatt) grazie a dei pannelli integrati nella facciata sud. L'energia viene poi stoccata in batteria per essere adoperata all'occorrenza. «È lo stesso principio utilizzato da Bernard Piccard per il suo aereo, battezzato per l'appunto Solar Impulse», prosegue Sulzer.

Il 10% restante è fornito da un sistema a base di olio di colza per far fronte ai picchi di consumo e ai capricci della meteo. L'elettricità è utilizzata per il trattamento delle acque di scolo, il sistema di ventilazione, l'illuminazione e per l'uso degli elettrodomestici.

Riciclaggio delle acque

Le finestre progettate dagli ingegneri del Politecnico permettono al sole di riscaldare in modo ottimale l'interno dello stabile, anche grazie all'energia termica prodotta dagli stessi visitatori del rifugio.

In estate l'acqua dei ghiacciai viene raccolta e immagazzinata in un bacino situato a 40 metri dalla capanna. «La nostra sfida consisteva proprio nell'immagazzinare l'acqua per più di un anno senza farla ghiacciare durante l'inverno; è dietro allo strato di permafrost nella roccia», spiega Sulzer. Un sistema di micro filtro a base di batteri permetterà così di riciclare l'acqua prima di riutilizzarla per i bagni e la cucina.

Efficienza energetica

Per migliorare l'efficienza energetica dello stabile è stato installato un sistema computerizzato di gestione, supervisionato direttamente al Politecnico di Zurigo.

Le informazioni sulle previsioni meteorologiche, il numero degli ospiti e il livello di energia vengono inseriti nel computer e analizzati attraverso un modello matematico. Il trattamento dei rifiuti, le installazioni solari e i sistemi di ventilazione possono così essere adeguati a seconda del bisogno.

«Ciò che rende la capanna del Monte Rosa unica al mondo, è il modo in cui diversi sistemi energetici vengono combinati e controllati», prosegue l'architetto Andreas Deplazes. «L'energia di cui abbiamo bisogno la utilizziamo, mentre il resto lo immagazziniamo». Le emissioni di carbone del rifugio dovrebbero essere tre volte inferiori rispetto a quelle della vecchia capanna.

Nei prossimi anni, la capanna darà inoltre spazio a una stazione di ricerca per gli studenti del Politecnico. «Questo rifugio non avrà pari nell'arco alpino, ma speriamo di poter trasmettere le conoscenze acquisite per altri progetti nella valle», conclude Sulzer.

Simon Bradley, Zermatt, swissinfo.ch
(Traduzione e adattamento dall'inglese, Stefania Summermatter)

CONTESTO

Composta da una cinquantina di celle modulari in legno incastrate tra di loro, la capanna è suddivisa in 6 piani.

Un piano è adibito a ristorante e 3 al reparto notte. L'interrato e il sottotetto sono usati come depositi e riservati alle apparecchiature tecniche. Munita di servizi e docce con acqua calda, la nuova struttura è in grado di ospitare 120 persone.

Al progetto hanno lavorato numerosi docenti e studenti del Politecnico di Zurigo appartenenti ai settori più diversi – architetti, ingegneri di costruzione, esperti dell'ambiente – e specialisti esterni.

I costi del rifugio ammontano a 6,5 milioni di franchi. Oltre al CAS e al Politecnico, numerosi donatori e sponsor hanno contribuito alla sua realizzazione.

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La via d'accesso

Da Zermatt, uno dei più rinomati centri turistici del Vallese, prendere la ferrovia a cremagliera del Gornergrat. Scendere a Rotenboden, la penultima stazione, a quota 2800 metri.

Da lì è segnalato il sentiero che porta alla capanna del Monte Rosa. Dopo una lunga traversata diagonale di un ripido pendio, si raggiungono i ghiacciai e la morena centrale, dove la via da seguire è indicata da bandierine rosse.

L'arrampicata finale sulla sassaia è caratterizzata da un sentiero alpinistico dotato di corde di sicurezza e scalini di legno impiantati nella roccia.

La durata della passeggiata da Rotenboden alla capanna varia tra le 3 e le 4 ore.

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