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Studio: classe media svizzera in forte crescita

La classe media svizzera non è in declino ma in forte crescita. Al contrario dei Paesi anglosassoni, la struttura delle professioni non si è polarizzata a cavallo del 2000. Lo rileva uno studio pubblicato sulla rivista "Social Change in Switzerland".

Gli autori della ricerca Daniel Oesch (Università di Losanna) e Emily Murphy (Università di Oxford, Inghilterra) hanno così smentito, almeno per quanto riguarda la Svizzera, una tesi molto diffusa nel campo delle scienze economiche. Secondo quest'ultima, il processo di digitalizzazione della società genera impieghi soprattutto in cima e in fondo alla scala del mercato del lavoro, erodendo la classe media, rammenta un comunicato odierno del magazine specializzato.

In realtà, nella Confederazione, durante gli ultimi decenni i posti di lavoro sono aumentati nelle professioni meglio retribuite - management, sanità, formazione, sociale - ma, escludendo il boom immobiliare degli anni '80, sono diminuiti nei mestieri con salari più modesti. Tra il 1991 e il 2016, dirigenti, amministratori e altri esperti sono passati dal 34 al 48% della popolazione attiva, mentre si registrano cali per gli operai industriali (16%, erano il 23%) e per il personale d'ufficio di basso livello (dal 17 all'8%).

La mutazione tecnologica, invece che sbriciolare la classe media, ha dunque di fatto intaccato i ranghi di quella meno abbiente, categoria nella quale l'unico incremento è stato notato per le professioni di assistenza alla persona (dal 13 al 15%). Una crescita comunque troppo modesta per poter compensare la soppressione di impieghi per esempio nell'agricoltura e nell'industria.

Questo miglioramento della struttura lavorativa - fanno notare i ricercatori - non ha provocato un aumento del tasso di disoccupazione o una flessione di quello occupazionale. Questo perché si è gonfiato il numero di diplomati con formazioni superiori, i quali sono stati in grado di soddisfare la crescente domanda da parte delle imprese di lavoratori qualificati.

Tutto ciò però non è avvenuto automaticamente, tengono a precisare gli specialisti: sono stati necessari interventi alle due estremità del mercato del lavoro che vanno protratti nel tempo. A quella superiore ciò significa investimenti pubblici nelle alte scuole e nella formazione professionale superiore per fornire un'istruzione di alto livello. A quella inferiore invece salari minimi fissati nei contratti collettivi che stimolino le aziende a investire nella produttività dei loro dipendenti piuttosto che su manodopera a basso costo.

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