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Amnesty: 2011, anno di proteste e repressioni brutali

Questo contenuto è stato pubblicato il 23 maggio 2012 - 19:57
(Keystone-ATS)

L'anno del coraggio delle proteste per la libertà e delle repressioni applicate da leadership "brutali o indifferenti" di fronte a chi è sceso in piazza: questa la fotografia della situazione dei diritti umani nel 2011 scattata da Amnesty International.

Un 2011 che, secondo il 50/o rapporto annuale dell'Ong, ha visto prima le rivolte di massa delle primavere arabe e poi "un movimento globale spontaneo che rivendicava soluzioni eque per la crisi". A testimonianza del fatto che "il cambiamento è possibile e che le violazioni dei diritti umani vengono sempre meno subite in silenzio".

Da Tunisi al Cairo, da Mosca a New York, da Madrid a Dakar: "le milioni di persone scese in strada per pretendere libertà, giustizia, dignità. hanno reso "prorompente" il 2011 evidenziando il "fallimento delle leadership a livello locale e globale nella protezione dei diritti umani". Con casi simbolo, come quello della Libia di Gheddafi e della Siria di Assad. E, proprio di fronte alle "migliaia di torture e alla fortissima strategia di repressione" di Damasco, la presidente di Amnesty Italia Christine Weise ha fatto appello affinchè la Corte penale internazionale "indaghi sui crimini contro l'umanità".

Sul caso siriano, è l'osservazione dell'Ong, è emersa inoltre una risposta della comunità internazionale "segnata da paura, prevaricazione, opportunismo". E il "fallimento del Consiglio di sicurezza Onu nell'agire concretamente in Siria solleva seri dubbi sulla sua volontà politica di salvaguardare la pace e la sicurezza internazionale", sottolinea il rapporto spiegando come "finchè il potere di veto sarà assoluto e finchè non ci sarà un forte trattato sul commercio delle armi il ruolo di guardiano della pace del Consiglio è destinato a fallire".

In generale, nel 2011 in "101" Paesi sono avvenuti maltrattamenti e torture e in "91" sono state applicate restrizioni alla libertà d'espressione. Come in Cina, che "ha scatenato il suo apparato di sicurezza per soffocare le proteste". O in Russia, dove "le manifestazioni sono state represse con violenza" e gli oppositori "ridotti al silenzio". Ma "un uso eccessivo della forza nel controllo delle proteste" è stato rilevato anche in Grecia, Spagna e Usa, attraversate dall'ondata degli indignados.

Sulle rive del Mediterraneo, infine, l'Ong si dice "preoccupata per la tutela dei diritti delle donne" in Paesi come Tunisia e Egitto mentre in Libia il nuovo governo "non ha l'effettivo controllo del Paese e continuano torture e attacchi alle minoranze etniche" con "8500" prigionieri in carcere senza processo. Sintomo che, all'indomani delle primavere arabe, è ancora alto il rischio che tornino ad affacciarsi le "vecchie abitudini" dei regimi appena caduti.

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