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Abolire il cambio minimo franco-euro, dopo circa tre anni, da parte della Banca Nazionale è stato devastante per la piazza economica svizzera. Il franco più caro ha fatto perdere migliaia di posti di lavoro e le conseguenze rischiano di farsi sentire ancora a lungo.

Il 15 gennaio i prodotti svizzeri dell'industria meccanica, elettrotecnica e metallurgica (MEM) sono diventati improvvisamente più cari del 20% sui principali mercati", ricorda all'ats Ivo Zimmermann, portavoce di Swissmem. "Oltre i due terzi delle aziende hanno abbassato i prezzi per non essere cancellate dal mercato". In questo modo hanno rosicchiato i margini di guadagno e un terzo delle imprese si attende delle perdite per l'attuale esercizio. Molti datori di lavoro hanno tagliato impieghi o trasferito la produzione. Anche se l'apprezzamento del franco dovesse lasciare dietro di sé una serie di conseguenze negative, non crediamo nella deindustrializzazione della Svizzera, aggiunge Zimmermann, confidando che gli imprenditori "troveranno il modo di uscire dalla crisi".

Tra febbraio e novembre sono stati censiti 10'000 disoccupati in più a causa della difficile congiuntura, rileva da parte sua Fabian Maienfisch, addetto stampa della Segreteria di Stato dell'economia (Seco). Il corso del franco è stato però solo una componente di quanto accaduto. Fino alla metà del prossimo anno la situazione sul mercato del lavoro svizzero resterà tesa, precisa Maienfisch. Il picco di disoccupazione dovrebbe situarsi attorno al 3,6%, e nella seconda metà del 2016 la percentuale dei senza lavoro dovrebbe calare, prevedeva Boris Zürcher, capo della Direzione del lavoro presso la Seco, in una recente conferenza telefonica. Attualmente il tasso di disoccupazione in Svizzera è al 3,4%.

Il sindacato Unia ha analizzato in che modo 230 imprese dei settori delle macchine, della chimica e alimentare hanno reagito al difficile frangente: 105 hanno introdotto il lavoro a tempo parziale, 65 hanno abbassato i salari e 60 hanno cancellato impieghi. La strategia di abbassare i prezzi, riducendo i margini, in modo da mantenere le capacità di produzione si sta esaurendo, rileva Beat Baumann, economista di Unia, prevedendo nuove soppressioni di impieghi. I settori attualmente più colpiti sono quello della produzione industriale, dei servizi, del turismo di montagna e del commercio al dettaglio.

Previsioni analoghe giungono dal mondo della finanza. Fino all'apice della crisi, il prossimo anno, sono a rischio altri 10'000 impieghi, secondo l'economista di UBS Dominik Studer. Il mercato del lavoro reagisce sempre con un certo ritardo rispetto all'andamento congiunturale, ricorda. Per l'economista di Credit Suisse Claude Maurer siamo di fronte a una vera e propria emorragia di impieghi nell'industria di esportazione. L'industria perde posti di lavoro da anni ed entro il 2030 potrebbero sparirne altri 100'000, secondo Maurer. L'occupazione totale dovrebbe tuttavia crescere, grazie in particolare al settore della sanità e degli enti parastatali.

Per il il presidente della direzione generale della BNS, Thomas Jordan, il peggio dovrebbe essere alle spalle. "Ci aspettiamo una lenta ripresa economica", aveva rilevato nell'ultimo intervento di politica monetaria dell'istituto di emissione. Secondo la BNS la domanda interna dovrebbe rimanere robusta e, per il 2016, la banca centrale si attende una crescita in Svizzera vicina all'1,5%.

A trarre beneficio dal franco forte sono stati principalmente i consumatori, ricorda infine l'economista di UBS Studer: "possiamo permetterci di più con il nostro salario" e il consumo dovrebbe sostenere l'economia.

La reintroduzione di una soglia di cambio minima franco-euro è tuttora dibattuta e le opinioni in merito divergono. Sindacati e settore turistico chiedono un intervento in questo senso, mentre altri sono scettici. Swissmem, contraria, si augura semplicemente che la BNS faccia il possibile per indebolire il franco.

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SDA-ATS