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Mario Draghi, il presidente della Bce, avrebbe giocato un ruolo chiave per disinnescare la bomba di una 'Grexit' nel negoziato con la Grecia, e ad accordo raggiunto offre una boccata d'ossigeno ad Atene.

La Grecia resta nell'euro, ed è fuori di dubbio che sia necessario alleggerire il debito pubblico, come sostiene anche il Fondo monetario internazionale.

E nel farlo non rinuncia a sfidare le dichiarazioni di rottura che arrivano dalla Germania. Dove Schaeuble, ancora oggi, si dice convinto che la 'Grexit' temporanea resti l'opzione migliore e dove l'ex ministro delle Finanze Peer Steinbrueck ha annunciato il suo voto contrario al terzo pacchetto di aiuti alla Grecia.

Senza l'accordo sofferto raggiunto lunedì fra la Grecia e i creditori, la conferenza stampa della Bce di oggi rischiava di sancire la presa d'atto, da parte dell'uomo che rappresenta il volto dell'euro, che l'Eurozona comincia a perdere i pezzi. La 'Grexit' continua ad essere un rischio reale: secondo molti economisti, il genio è ormai uscito dalla lampada.

Uno scenario catastrofico per la Bce, il 'pompiere' chiamato in prima linea di fronte al contagio. Ecco perché Draghi cerca di cancellare la ferita aperta dall'andamento del negoziato, anche se la cicatrice potrebbe restare per sempre: "Per noi la Grecia è e resta nell'euro". Parole dette a muso duro. Draghi evita lo scontro diretto con Schaeuble ma con parole che, lette in controluce, in qualche misura, sembrano evocare gli scambi di minacce e i bluff che hanno caratterizzato il negoziato. "Non farò commenti sulle affermazioni di uomini politici", risponde interpellato proprio sulle posizioni del ministro tedesco.

Non che la Bce sia stata tenera con la Grecia. Ha chiuso il rubinetto principale a febbraio lasciando alla Grecia la sola liquidità d'emergenza. Draghi deve difendersi da chi lo accusa di essere 'falco': non è vero che abbiamo tagliato la liquidità innescando una fuga dei depositi bancari, la Bce è esposta per 130 miliardi.

Ma, probabilmente consapevole del rischio tuttora presente che la crisi greca sfugga di mano, e dopo aver incassato la doppia garanzia del voto parlamentare greco ieri e dell'accordo dell'Eurogruppo oggi sul prestito-ponte che garantisce il rimborso di 3,5 miliardi dovuti lunedì alla Bce, Draghi apre ad Atene: la liquidità d'emergenza alle banche, congelata due settimane fa a 89 miliardi spingendo verso la chiusura degli sportelli, torna ad aumentare, 900 milioni in più questa settimana (sia pure con uno 'sconto' sul valore delle garanzie che resta pesante). Una decisione presa dalla Bce nonostante le proposte di alcuni governatori di tenerla congelata. Gli istituti di credito, secondo indiscrezioni, dovrebbero riaprire già lunedì, anche se i controlli sui capitali (come il limite di prelievo) restano in piedi e toglierli sarà un'impresa che potrebbe richiedere mesi.

Dopo l'altolà del Fmi che minaccia di tirarsi fuori senza rivedere il debito greco, Draghi apre anche a una ristrutturazione, "nessuno mette più in dubbio" che sia necessaria, dice, anche se con modi da definire "nelle prossime settimane". Il diavolo si nasconde nei dettagli: Atene vorrebbe il taglio del nominale suggerito dal Fmi, un tabù per Berlino. Sempre il Fmi ipotizza l'alternativa di un periodo di grazia di 30 anni, duro da digerire per Berlino (e non solo). E la Bce fa intravedere ad Atene anche la 'carota' del quantitative easing: ma solo a prestiti rimborsati e se il governo marcerà sulle riforme concordate con i creditori.

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SDA-ATS