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Verso la fine dell'anno scorso la Banca nazionale svizzera (BNS) è intervenuta pesantemente per difendere il cambio minimo franco-euro, acquistando divise per 25,8 miliardi di franchi.

Il dato - finora non ancora noto - è contenuto nel rapporto d'esercizio 2014 pubblicato oggi. Nel documento l'istituto motiva inoltre una volta ancora l'abbandono della soglia, il 15 gennaio, con il rischio di un aumento incontrollato degli acquisti e il pericolo di perdere il controllo del bilancio.

Alla luce del cambiamento delle condizioni quadro internazionali insistere nella difesa del tasso di 1,20 sarebbe stato irresponsabile, afferma la BNS. Una volta presa la decisione di fondo era solo una questione di scelta del giusto momento: serviva un'azione decisa, perché aspettare e continuare a intervenire sul mercato non avrebbe fatto altro che dare nuova linfa alle speculazioni e alla pressioni sul corso del franco.

Se l'abbandono fosse avvenuto più tardi lo shock non sarebbe stato minore: e nel contempo le perdite nel bilancio della BNS sarebbero state "esorbitanti", continua la banca. "I costi del mantenimento del corso minimo di 1,20 non sarebbero più stati in alcun rapporto valido con il beneficio per l'economia".

Nel rapporto si riferisce anche dell'aumento del personale, salito a 868 persone (+36 rispetto al 2013). Una crescita dovuta anche ma non solo all'applicazione delle scelte di politica monetaria. La spesa per salari e indennità varie è progredita del 5,6% a 116,7 milioni. Il presidente Thomas Jordan ha ricevuto compensi totali di 1,135 milioni (1,052 milioni l'anno prima): al netto dei contribuiti sociali del datore di lavoro la cifra scende a 895'000 franchi.

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SDA-ATS