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A Bruxelles si decide, ma in Gran Bretagna gli schieramenti contrapposti già affilano le armi in vista della referendum sulla permanenza del Paese nel Club dei 28.

I giochi appaiono fatti e non sono i dettagli del pacchetto negoziale discusso dal premier David Cameron con gli altri leader a poter cambiare le carte sul tavolo: da un lato gli euroscettici, dentro e fuori il partito del primo ministro, che attaccano a prescindere quello che è destinato a essere inevitabilmente un compromesso; dall'altro i signori della City - la stampa parla di 80 'capitani' delle maggiori 100 aziende quotate in Borsa a Londra - i quali fanno sapere ancor prima dell'epilogo delle trattative in terra belga che nessun successo d'immagine preteso da Cameron vale ai loro occhi il futuro del regno in Europa.

Costretto a rinviare la riunione di governo in cui dovrà essere fissata formalmente la data del voto referendario - il 23 giugno se tutto andrà bene - il premier conservatore può contare fin d'ora sul sostegno di una sessantina di parlamentari che, sulla fiducia, gli attribuiscono il merito di aver riportato a casa - per la prima volta negli ultimi 25 anni - almeno qualche spicchio di potere nazionale nel valzer degli equilibri con Bruxelles. Mentre in seno al gabinetto, la fronda alimentata dal responsabile dei Rapporti con il Parlamento, Chris Grayling, sembra poter conquistare alla causa anti-Ue il titolare del Lavoro, Ian Duncan Smith, e pochi altri ministri.

Ma, oltre i confini del governo, il fronte euroscettico deciso a dare battaglia è ben più ampio. "Se l'accordo al ribasso accettato da Cameron ha trovato oggi tante resistenze a Bruxelles, immaginate quante possibilità abbiamo di recuperare davvero la sovranità su punti sostanziali come il controllo dei confini", tuona alla Bbc Steve Woolfe, eurodeputato dell'Ukip di Nigel Farage.

Il negoziato, insiste, è sulle briciole (Farage ha dipinto ieri Cameron nei panni di "un Oliver Twist" che chiede l'elemosina) e l'unica soluzione è la Brexit: "sarei ben felice - sono le parole di Woolfe - di rinunciare al mio seggio a Strasburgo se il popolo britannico votasse Leave e mi permettesse di tornare a fare l'avvocato".

A vantaggio della trincea del no all'Europa c'è un ultimo sondaggio che conferma uno scarto di 2 o 3 punti sul sì (ma con un 23% di indecisi determinante e senza contare che incrociando altre rilevazioni il risultato s'inverte, 52% a 48 in favore dell'Ue).

Contro ci sono tuttavia le divisioni fra i due comitati elettorali pro-Brexit (uno dominato da Farage, l'altro guidato da vecchi conservatori thatcheriani come lord Nigel Lawson e da una minoranza di businessmen anti-europei). Ma pure il fattore tempo: troppo stretto - forse - per provare a contrastare una campagna che il governo sembra voler impostare con sfoggio di mezzi sulla paura delle incognite di una rottura traumatica: tanto che i giornali parlano di spin doctor al servizio di Downing Street già al lavoro su un cosiddetto "Project Fear".

Soprattutto pesa però la mancanza di un leader carismatico. Salvo che a sparigliare le carte non arrivi il popolare sindaco di Londra, Boris Johnson. Che secondo qualcuno si è già messo d'accordo con Cameron in cambio di una poltrona importante (il Foreign Office) e potrebbe accontentarsi di una qualche mossa a sorpresa (per esempio la creazione di un'inedita Corte Costituzionale britannica in grado di opporsi a certe normative europee) sul fronte della difesa della sovranità nazionale a lui tanto cara. Ma che comunque non ha ancora sciolto la riserva su come voterà al referendum: lo farà domenica dalle colonne della sua attesissima rubrica settimanale sul Telegraph.

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SDA-ATS