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Natalie Rickli (UDC/ZH), un'acerrima avversaria del canone, durante il dibattito odierno al Nazionale.

KEYSTONE/PETER KLAUNZER

(sda-ats)

È durata quasi 5 ore al Nazionale la prima parte del dibattito fiume dedicato alla Società svizzera di radiotelevisione (SSR). L'impressione è che la soppressione sic et simpliciter del canone radio-tv, come chiesto dall'iniziativa popolare "No Billag", non convinca.

L'UDC, con il sostegno degli ambienti economici, ha sostenuto la proposta di tagliare almeno della metà i soldi destinati all'azienda di servizio pubblico.

Oggi però non è stata presa alcuna decisione, visto che "solo" 35 dei 69 oratori annunciatisi si sono succeduti alla tribuna. L'Ufficio del Nazionale ha già previsto una seduta open-end per il lunedì dell'ultima settimana della sessione autunnale, al fine di permettere a tutti i parlamentari di prendere la parola e di terminare così il dibattito.

L'esito della votazione popolare, che potrebbe tenersi già la prossima primavera, solleva numerosi timori tra i difensori della SSR. Il "sì" di misura alla riforma del canone radio-tv nel giugno del 2015 ha fatto trapelare un certo malumore in seno alla popolazione. Secondo diversi parlamentari democentristi, ciò è dovuto all'arroganza e alla politicizzazione di quella che definiscono "radiotelevisione di Stato".

Il canone ammonta attualmente a 451,10 franchi per economia domestica. Con la sua generalizzazione entro il 2019, la fattura dovrebbe diminuire a 400 franchi, mentre le imprese il cui fatturato supera i 500'000 franchi annui, sborseranno tra 400 e 39'000 franchi.

L'iniziativa popolare "Sì all'abolizione del canone radiotelevisivo (Abolizione del canone Billag)" - che prevede che la Confederazione non possa riscuotere canoni, né sovvenzionare o gestire emittenti radiofoniche o televisive - priverebbe il servizio pubblico di questa somma. Quale alternativa all'iniziativa, già respinta dal Consiglio degli Stati, una minoranza di destra propone di limitare il canone a 200 franchi per economia domestica ed esentarne le aziende.

Questo controprogetto diretto, bocciato in commissione con 15 voti contro 10, sarà sottoposto al popolo quale controproposta all'iniziativa, o da solo se quest'ultima fosse ritirata. A sostenerlo oggi in aula sono stati soprattutto esponenti di UDC e Lega, nonché qualche liberale-radicale, come il presidente dell'Unione svizzera delle arti e mestieri Hans-Ulrich Bigler (PLR/ZH).

La SSR non è stata creata per diffondere serie televisive americane, il che può essere fatto anche da emittenti private. Deve concentrarsi sul servizio pubblico stricto sensu, ha affermato Gregor Rutz (UDC/ZH). Il suo collega di partito Adrian Amstutz (UDC/BE) ha dal canto suo denunciato un quasi-monopolio di Stato con un'offerta uniforme che impedisce alla concorrenza privata di esistere.

La commissione preparatoria - con 16 voti contro 8 e 1 astenuto - propone di bocciare l'iniziativa e - con 14 voti contro 11 - ha respinto la proposta di presentare un controprogetto indiretto, volto a fissare nella legge sulla radiotelevisione un tetto massimo per la partecipazione della SSR ai proventi del canone pari a 1,1 miliardi.

La sinistra, il PPD e diversi parlamentari di centro-destra, romandi in particolare, non vogliono lanciarsi in un'operazione di smantellamento della SSR e del servizio pubblico radiotelevisivo. "Le conseguenze finanziarie sarebbero catastrofiche e la SSR dovrebbe chiudere numerose sedi a scapito delle regioni periferiche", ha sottolineato Martin Candinas (PPD/GR).

Primo fra i parlamentari ticinesi a prendere la parola, il consigliere nazionale Fabio Regazzi (PPD/TI) - pur invitando il plenum a respingere l'iniziativa e il controprogetto diretto - non ha nascosto "un malcelato disagio che si respira a sud delle Alpi, emerso peraltro in modo chiaro in occasione della votazione sul referendum contro la revisione della legge federale sulla radiotelevisione avvenuta nel 2015".

Il popolare democratico ticinese ha auspicato un "confronto franco e aperto, abbandonando i toni a volte autoreferenziali che spesso caratterizzano ancora l'atteggiamento della nostra emittente regionale".

Dal canto suo, Marina Carobbio (PS/TI) ha messo in guardia da uno smantellamento del servizio pubblico audiovisivo, perché si corre il rischio di affidare il suo ruolo essenziale di coesione nazionale ad aziende tedesche, francesi e italiane. Grazie a una perequazione interna alla SSR, le minoranze francofone e italofone ricevono una percentuale del canone proporzionalmente più elevata di quella che percepisce la Svizzera tedesca, hanno sottolineato la socialista ticinese e, prima di lei, anche il liberale-radicale Giovanni Merlini.

Ultimo ticinese ad esprimersi, Lorenzo Quadri (LEGA/TI) ha invece sottolineato che sosterrà il controprogetto che prevede una riduzione del canone a 200 franchi e, se questa proposta verrà respinta, si pronuncerà in favore dell'iniziativa.

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SDA-ATS