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Il Consiglio degli Stati compie un gesto in favore dell'industria di armamento svizzera. Con 26 voti contro 14 ha accolto oggi una mozione della sua commissione della politica di sicurezza che chiede di ammorbidire il regime di autorizzazioni per le esportazioni di materiale bellico.

In base all'attuale legge in materia, armi e munizioni non possono essere vendute a Paesi che violino sistematicamente e gravemente i diritti umani. La Camera del popolo intende ora limitare il divieto di export solo quando sussiste un rischio che il materiale sia espressamente usato per compiere violazioni dei diritti umani. Si tratterebbe di seguire la prassi già in vigore in paesi europei come l'Austria e la Svezia. Le richieste di autorizzazione sarebbero valutate caso per caso.

Per sostenere la mozione, Paul Niederberger (PPD/NW), a nome della commissione, ha fatto leva sulla difficile situazione che sta vivendo l'industria bellica elvetica, confrontata con un crollo delle esportazioni nei primi sei mesi dell'anno.

Una posizione alla quale si è allineato anche il Consiglio federale. Attualmente la normativa svizzera è più restrittiva rispetto a quella europea, ha fatto notare il consigliere federale Johann Schneider-Ammann, ricordando tuttavia come sia necessario trovare un equilibrio tra sostegno all'industria e rispetto dei diritti umani.

A nulla è servita l'opposizione della sinistra e di altri deputati, che ha cercato in tutti i modi di portare il dibattito sul piano etico. "Ammorbidendo i criteri di esportazione delle armi indeboliamo la Svizzera", ha sottolineato Géraldine Savary (PS/VD). La tracciabilità del materiale bellico è diventata più difficile, ha aggiunto, e non possiamo essere sicuri che ciò che vendiamo a uno Stato resti in quel paese. Dobbiamo preservare la reputazione della Confederazione sul piano internazionale, ha rincarato senza successo Markus Stadler (PVL/UR).

Il dossier passa al Nazionale.

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SDA-ATS