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Consultazione: Riforma del 2° pilastro in situazione difficile

La riforma del secondo pilastro, in consultazione fino ad oggi, è incerta, ma un calo dell'aliquota di conversione minima è quasi indiscusso. KEYSTONE/DPA/STEPHAN SCHEUER sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 29 maggio 2020 - 16:56
(Keystone-ATS)

La riforma della previdenza professionale, in consultazione fino ad oggi, è incerta: un calo dell'aliquota di conversione minima è quasi indiscusso, ma il supplemento pensionistico compensatorio è sostenuto solo da sinistra, sindacati e in parte degli imprenditori.

Dopo un lungo braccio di ferro, l'estate scorsa sindacati e datori di lavoro si sono accordati su un progetto di riforma del cosiddetto secondo pilastro. In seguito ai ripetuti fallimenti alle urne delle precedenti riforme della LPP (l'ultima volta nel settembre 2017), il Consiglio federale ha posto in consultazione questo compromesso senza ritoccarlo.

Al centro della nuova proposta vi è l'idea di portare l'aliquota di conversione minima dal 6,8 al 6,0%, che si tradurrebbe in una riduzione del 12% delle rendite. La misura è accolta favorevolmente, anche se l'Associazione svizzera degli istituti di previdenza (ASIP) preferisce una aliquota al 5,8% e l'UDC al 5% "a causa degli sviluppi demografici".

Il fatto che anche sindacati e sinistra siano d'accordo sulla riduzione si spiega con una misura compensatoria: nei primi 15 anni dopo l'entrata in vigore della riforma chi va in pensione riceverà a vita un supplemento mensile da 100 a 200 franchi. In seguito, il Consiglio federale stabilirà annualmente l'ammontare dell'importo. Il supplemento sarebbe finanziato da un prelievo dello 0,5% del reddito annuo soggetto ai contributi AVS, fino a 853'200 franchi.

Per l'Unione sindacale svizzera (USS) e i Verdi, questo bonus pensionistico finanziato da dipendenti e datori di lavoro è la pietra angolare della proposta di riforma: migliorerebbe subito la situazione delle donne, delle persone a basso reddito e dei lavoratori a tempo parziale.

Pur favorevole a tale compenso, il PS è però "molto insoddisfatto" delle condizioni: per beneficiarne si dovrebbe aver contribuito alla cassa pensione per almeno 15 anni. Questo è discriminatorio soprattutto per le donne, e quindi nella durata minima dovrebbe essere incluso anche un periodo dedicato alla cura e all'educazione dei figli.

I partiti borghesi sono invece contrari al premio. Il PLR vuole misure compensatorie mirate per le persone che ne hanno veramente bisogno e non distribuite con "l'annaffiatoio". PPD e PBD chiedono all'esecutivo esaminare altri metodi di finanziamento, ad esempio con un fondo alimentato dalle eccedenze strutturali della Confederazione o dalle distribuzioni della Banca Nazionale. Della stessa opinione sono UDC, Verdi Liberali e Unione svizzera di arti e mestieri (USAM).

La riforma prevede inoltre miglioramenti anche per i dipendenti a tempo parziale e per i lavoratori a basso reddito, di conseguenza soprattutto per le donne. La cosiddetta deduzione di coordinamento, che determina il salario assicurato nella cassa pensioni, sarebbe dimezzata da 24'885 a 12'443 franchi, al fine di dare une rendita un po' più elevata per piccoli redditi.

Per i dipendenti con più salari la soglia d'ingresso nel secondo pilastro rimarrebbe a invece a 21'330 franchi. Ossia la stessa cifra eventualmente accettata da UDC, PPD e PBD per la deduzione di coordinamento.

Per PLR e Verdi liberali la riduzione della soglia andrebbe abolita a lungo termine. Anche i Verdi sarebbero d'accordo, a condizione di trovare una soluzione assicurativa per la retribuzione oraria.

Secondo PS, PPD e PBD i vari impieghi a tempo parziale andrebbero sommati per determinare la soglia d'ingresso assicurativa, in modo da non escludere dalla previdenza professionale le persone che non hanno alcun singolo salario che superi tale soglia.

Affinché i lavoratori un po' in là con gli anni siano più concorrenziali, il progetto di riforma prevede di ridurre al 14% i contributi salariali per le fasce di età 45-54 anni (ora al 15%) e per i più anziani (al 18%). Per contro quelli dei dipendenti più giovani, dai 25 ai 44 anni, ammonterebbero al 9%.

E in questo ambito ogni partito ha una visione diversa con molte alternative.

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