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Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama alza la voce contro l'ultimo test nucleare del regime di Pyongyang.

E al telefono con i suoi più stretti alleati in Estremo Oriente - il presidente sud coreano Park Geyun-Hye e il premier giapponese Shinzo Abe - parla della necessità di una "risposta internazionale forte e unitaria", ribadendo "l'irremovibile sostegno" degli Usa ai Paesi partner.

La condanna unanime del Consiglio di sicurezza dell'Onu è già un primo passo importante. E apre la strada a nuove sanzioni che isolino ulteriormente la Corea del Nord dal resto del mondo. Ma non basta. Sul tavolo della Casa Bianca ci sono diverse opzioni, tra cui anche il dispiegamento di armi strategiche: ne hanno parlato il numero uno del Pentagono, Ash Carter, con il ministro della difesa sudcoreano Hano Mon Koo, invocando "una reazione adeguata".

E probabilmente ne ha parlato anche il segretario di Stato John Kerry nelle telefonate con i ministri degli esteri di Seul e Tokyo. Allo studio anche l'avvio di colloqui con Corea del Sud, Giappone, Cina e Russia per la messa a punto di veri e propri "piani di emergenza".

Intanto il presidente americano ha inviato nella regione il vicesegretario di stato, Tony Blinken, mentre il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Susan Rice, ha parlato con l'ambasciatore di Pechino a Washington. È infatti ben chiaro all'amministrazione statunitense che senza la Cina, finora principale alleato del regime di Pyongyang, ben poco di realmente efficace può essere fatto. Anche per determinare gli auspicati cambiamenti del regime.

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SDA-ATS