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Corea Nord: rifugiati, 200mila chiusi in gulag come schiavi

Questo contenuto è stato pubblicato il 06 marzo 2012 - 16:50
(Keystone-ATS)

Sono circa "200mila" le persone distribuite nei "sei campi di concentramento" della Corea del Nord. Enormi gulag in cui i prigionieri "sono ridotti come schiavi, costretti a farsi una famiglia tra le mura del loro carcere, obbligati ai lavori forzati, torturati".

È questo il racconto di Kim Tae Jin e Oh Kil-nam, il primo nordcoreano, il secondo sudcoreano, entrambi fuggiti dalle carceri del regime di Pyongyang e oggi intervenuti in una conferenza stampa alla Camera italiana.

"Ospite" del campo di Yodok dal 1992 al 1997 Kim è scappato prima in Cina e poi in Corea del Sud, dove oggi dirige il movimento 'Free The Nk Gulag', per la tutela dei diritti umani in Corea del Nord. A Yodok, l'ex prigioniero aveva a lungo condiviso l'inferno del carcere con la moglie e le due figlie di Oh, economista sudcoreano, negli anni Ottanta in esilio in Germania da dove, nel 1985, partì per la Corea del Nord, convinto dai suoi compagni di partito. Ma, giunto a Pyongyang, "fui isolato per diversi mesi prima in un campo militare segreti, per ricevere una sorta di 'lavaggio del cervellò sul regime", è il suo racconto.

Solo in un secondo momento, Oh potè tornare nella capitale, dove, però, "le condizioni di vita erano pessime, e non c'era alcuna libertà". Quindi, nel 1992, la decisione di chiedere asilo politico alla Danimarca, dove il governo lo aveva inviato per reclutare nuovi agenti. "È da allora che non vedo la mia famiglia", ha spiegato Oh, convinto che neppure con Kim Jong-un, giovane successore del 'Caro leader', le cose cambieranno.

"La vera svolta arriverà dalla popolazione, dal fatto che ormai la distribuzione del cibo è un diritto per pochi cittadini", ha spiegato Oh.

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