Contenuto esterno

Il seguente contenuto proviene da partner esterni. Non possiamo dunque garantire che sia accessibile per tutti gli utenti.

Il fatto che il Credit Suisse debba pagare una multa record di 2,6 miliardi di dollari non viene minimizzato dal presidente della direzione Brady Dougan. "Non credo che abbiamo sottovalutato il caso", ha dichiarato in una conferenza telefonica. Dougan, che esclude l'ipotesi di rassegnare le dimissioni, si è difeso dall'accusa di aver tirato per le lunghe una soluzione. "Abbiamo fatto di tutto per sistemare la questione quanto prima".

Secondo Dougan il fatto che il Credit Suisse debba pagare più di UBS - la cui multa nel 2009 ammontava a 780 milioni di dollari - è dovuto a svariati motivi: "prima di tutto sono passati cinque anni (...) in questo periodo i costi per mettere fine a simili contenziosi legali sono saliti parecchio", ha indicato il CEO. Inoltre, a differenza del suo istituto, la concorrente ha consegnato anche dati di clienti.

Dougan si è detto felice del fatto che sia stata raggiunta un'intesa. Al contempo ha spiegato che "deploriamo profondamente il comportamento scorretto avuto in passato". La possibilità di rassegnare le dimissioni "è sempre stata fuori discussione". "Mi sento molto legato al Credit Suisse", ha sottolineato, aggiungendo di essersi concentrato pienamente sulla ricerca di una soluzione ai problemi negli Stati Uniti.

Da parte sua il direttore delle finanze David Mathers ha indicato che la maggior parte dell'ammenda non potrà essere detratta dalle imposte: "circa 2 dei 2,8 miliardi di dollari complessivi sono in relazione a una sanzione (...) Pensiamo che questo importo non sia deducibile". La somma rimanente invece parzialmente sì.

Mathers ha anche precisato che negli USA "gli affari erano modesti". I patrimoni di clienti che hanno eluso il fisco statunitense - ha spiegato - ammontano solo a "circa un terzo" dei 12 miliardi di franchi citati in febbraio dalla sottocommissione del Senato americano, contro l'85-95% che affermava quest'ultima.

In occasione dello "Swiss International Finance Forum" (SIFF) in corso a Berna, il presidente del Consiglio d'amministrazione (Cda) del Credit Suisse, Urs Rohner, si è detto sollevato: "per fortuna abbiamo trovato una soluzione, anche se è molto costosa e abbiamo dovuto dichiararci colpevoli". Egli considera inoltre importante che l'intesa rispetti le norme svizzere.

In seguito a questo accordo "ora dovremmo essere in grado di concentrarci sul futuro". Rohner è però consapevole del fatto che la "rielaborazione del passato non è ancora finita". Ma è convinto che alla fine la piazza finanziaria elvetica sarà più forte che prima della crisi.

In precedenza, sulle onde della radio svizzero tedesca SRF, il presidente del Cda ha dichiarato di non considerare sé stesso o il CEO Brady Dougan personalmente responsabili del comportamento scorretto della banca negli Stati Uniti. "Personalmente abbiamo la coscienza pulita". Se ciò vale per l'intero istituto è un'altra cosa. "Avevamo regole interne le quali prevedevano che ci atteniamo all'ordinamento giuridico degli altri Stati", ha spiegato Rohner. Egli si è detto deluso del fatto che tali regole non siano state rispettate.

Interrogato in merito alla responsabilità dei vertici per le manchevolezze negli Stati Uniti, il presidente del Cda ha spiegato che "ci assumiamo la responsabilità nella misura in cui abbiamo guidato la banca in questa fase difficile e continuiamo a farlo". Il presidente ha inoltre ribadito il suo sostegno allo scambio automatico di informazioni.

SDA-ATS