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Eternit: imprenditore svizzero Schmidheiny rinviato a giudizio

Stephan Schmidheiny in una foto d'archivio. KEYSTONE/STR sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 24 gennaio 2020 - 19:06
(Keystone-ATS)

L'imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny è stato rinviato a giudizio a Vercelli, in Piemonte, per il caso Eternit bis. Il processo si aprirà in Corte d'Assise a Novara il 27 novembre.

Schmidheiny è chiamato a rispondere di omicidio volontario per le vicende di 392 persone ammalate e morte, secondo l'accusa, per l'amianto lavorato nella filiale di Casale Monferrato della multinazionale.

In una nota serale della portavoce di Stephan Schmidheiny, Lisa Meyerhans Sarasin, il diretto interessato respinge le accuse. Tutti i processi "Eternit bis" celebrati finora sono stati macchiati, secondo l'accusato, da crasse irregolarità tanto dal punto di vista formale che di contenuto.

Rifacendosi ad altre sentenze, Schmidheiny rammenta che l'accusa di omicidio volontario è già stata respinta. Oltre a ciò, sottolinea che nessuno può essere giudicato per lo stesso reato due volte.

L'imprenditore ricorda inoltre l'impegno profuso per limitare i danni causati dall'amianto negli stabilimenti italiani di Eternit e gli oltre 50 milioni di franchi versati alle vittime di questa sostanza, vietata in Italia nel 1992. Nonostante le accuse giudicate infondate dall'imprenditore sangallese, il programma umanitario in favore delle vittime di questa tragedia sociale verrà mantenuto.

Intanto è rimbalzata sulla stampa italiana una intervista pubblicata il 28 dicembre dalla NZZ am Sonntag, in cui il 72enne afferma di aver fatto all'epoca tutto il possibile per risolvere il problema dell'amianto. "Quarant'anni dopo si viene accusati di essere un assassino di massa. Cosa posso fare?"

Schmidheiny - che è sposato, ha due figli e oggi vive a Hurden, nel comune di Freienbach (SZ) - dice anche di aver sviluppato dentro di sé un odio per gli italiani e di averlo elaborato. "Ora quando penso all'Italia provo solo compassione per tutte le persone buone e oneste che sono costrette a vivere in questo stato fallito".

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