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Militari filippini presidiano l'isola teatro della ferocia dei jihadisti.

KEYSTONE/AP/BULLIT MARQUEZ

(sda-ats)

Bombardamenti aerei, combattimenti nelle strade e ora anche esecuzioni di civili da parte dei militanti jihadisti ancora asserragliati: la città filippina di Marawi è arrivata al sesto giorno di guerra e a quasi un centinaio di morti.

L'esercito filippino cerca di sradicare la minaccia dell'Isis prima che attecchisca nell'arcipelago, trovandosi però di fronte combattenti più organizzati del previsto.

La scoperta di 19 cadaveri di civili uccisi dagli assalitori armati, e il contemporaneo aggiornamento dei militanti uccisi (arrivato a 61), hanno portato a 95 il numero dei morti dall'inizio delle violenze martedì scorso. Un cartello trovato sul corpo di alcuni uomini uccisi dai militanti ("traditori della fede") fa pensare a esecuzioni di musulmani considerati collaboratori delle autorità o comunque non inclini a schierarsi con i jihadisti, da parte di gruppi armati sempre più radicalizzati e ideologicamente affiliati - probabilmente meno a livello organizzativo - allo Stato islamico.

Mentre gran parte dei 200 mila abitanti di Marawi hanno lasciato la città, un paio di migliaia sono intrappolati nelle aree contese tra i militanti e l'esercito, che sta impiegando anche aerei ed elicotteri per stanare i combattenti. È ignota la sorte della decine di cattolici - tra cui un prete - presi in ostaggio nel primo giorno di assedio da parte dei miliziani.

Il presidente Rodrigo Duterte, che ha subito proclamato la legge marziale nell'intero sud del Paese per 60 giorni, aveva lanciato già mesi fa un'offensiva contro una galassia di gruppi jihadisti spuntati negli ultimi anni nell'area di Mindanao, dove vivono cinque milioni di musulmani. Il leader di Manila sembra determinato a risolvere la crisi con ogni metodo: ieri, aveva detto a un gruppo di soldati che si sarebbe preso lui la responsabilità per eventuali stupri da loro commessi.

L'andamento della crisi è seguito con preoccupazione anche dai Paesi vicini per vari motivi. Tra i miliziani a Marawi - appartenenti ai gruppi Maute e Abu Sayyaf - sono segnalati anche combattenti provenienti da Malaysia e Indonesia, due Stati a larga maggioranza musulmana e dove un Islam più conservatore si sta facendo strada a scapito di quello tradizionalmente più tollerante. L'Indonesia, come evidenziato dal doppio attentato suicida che mercoledì ha ucciso tre poliziotti a Giakarta, è in prima linea nel cercare di stroncare sul nascere il pericolo jihadista.

Gli analisti denunciano da tempo il tentativo dell'Isis di penetrare nel sud-est asiatico. Nelle Filippine e anche nel sud della Thailandia il terreno è potenzialmente fertile: le decennali aspirazioni autonomiste o separatiste sono finora state frustrate dai governi centrali e quelle regioni sono tra le più povere dei rispettivi Paesi. A Marawi, e in generale nel sud delle Filippine, non è quindi in gioco solo il possesso di alcune aree cittadine, ma ben di più.

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SDA-ATS