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Francia, test coronavirus al rallentatore, polemiche

Negli ospedali francesi la situazione rimane tutt'altro che rosea. KEYSTONE/EPA/Julien de Rosa sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 24 aprile 2020 - 17:52
(Keystone-ATS)

Dopo essersi fatta sorprendere sprovvista di mascherine, la Francia ha accumulato un ritardo imperdonabile anche nella preparazione del materiale sanitario per lo screening - tamponi, test sierologici - ad ormai poco più di due settimane dalla fine del lockdown.

Una scadenza che, è stato lo stesso presidente Macron ad affermarlo, può essere affrontata soltanto con una capacità di testare immediatamente chiunque abbia sintomi per isolarlo immediatamente.

"Le ragioni di un fallimento francese", titola oggi su tutta la prima pagina Le Monde, proponendo la sua inchiesta sugli incredibili ritardi accumulati dalle autorità sanitarie, invischiate nelle sabbie mobili di una burocrazia che fa girare l'intero Paese al rallentatore. Da settimane, la rivista Le Point ha nel mirino le lentezze e l'incertezza che paralizza la catena decisionale del Paese: "I burocrati ci seppelliranno"', si chiede in copertina questa settimana.

"Errori" e "manchevolezze" sono state ammesse pubblicamente anche da Emmanuel Macron, davanti a un Paese al quale non è stato facile spiegare che nel 2011, dopo la crisi dell'epidemia H1N1, la Francia aveva uno stock di 2 miliardi di mascherine. Che ha poi lasciato dissolvere anno dopo anno per ritrovarsi all'inizio della pandemia Covid-19 senza neppure quelle necessarie al personale sanitario. Ora sono partiti gli ordini alla Cina e la riconversione di fabbriche nazionali, ma è drammaticamente tardi: dall'Oriente le mascherine arriveranno fra maggio e fine giugno, quando ormai il lockdown sarà stato tolto e la necessità di coprirsi il volto già risolta in qualche altro modo. Addirittura, come all'epoca della spagnola, mettendo al lavoro un'improvvisata manodopera casalinga per produrre quelle di stoffa. Niente FFP2, quelle con la tecnologia giusta per bloccare il virus, grazie alle quali è stato possibile arginare l'epidemia in Paesi come la Corea del Sud.

Adesso tocca ai test. Che, al contrario delle mascherine, sarebbero anche disponibili, e in gran quantità. Ma organismi e autorità contrapposti, corporazioni e guerriglie di categorie, finanziamenti farraginosi e pasticci amministrativi ne rendono impossibile l'utilizzo massiccio che servirebbe. Eppure, dall'11 maggio - giorno della riapertura fissato dal presidente - ne dovrebbero essere disponibili 700.000 a settimana, secondo l'obiettivo fissato dal governo.

Al momento, però, le cifre dicono che ad essere stati sottoposti a tampone o test sono 5,1 francesi su 100, meno della Turchia (5,3) e poco più del Cile (4,8), la metà degli Stati Uniti (9,3) e a livello insignificante rispetto alla Germania (17). Ieri, davanti alla Commissione parlamentare, il direttore generale della Sanità Jerome Salomon ha detto che la Francia viaggia a una velocità di crociera di 165.000 test a settimana (comunque meno della metà della Germania). Stamattina, su France Inter, il ministro della Sanità, Olivier Véran, ha sostenuto che "in settimana saremo a 300.000 circa".

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