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Una somala di 54 anni è stata condannata dal Tribunale cantonale friburghese per aver indirettamente causato l'escissione della sorellastra: la donna ha infatti mandato la ragazza 14enne nel paese d'origine pur sapendo che lì la giovane non sarebbe sfuggita alla disumana pratica.

I giudici, sconfessando il Tribunale penale della Sarine che aveva prosciolto la donna per prescrizione del reato, l'ha condannata a 60 giorni di lavoro di pubblico interesse, con la condizionale per due anni, per esposizione a pericolo della vita altrui. Nel 2008, in prima istanza, alla somala erano stati inflitti sei mesi di carcere con la condizionale.

La vittima dell'escissione era giunta in Svizzera a tre anni, vivendo con la sorellastra che considerava come una mamma. Ma non riuscendo a farle rispettare determinati codici comportamentali, la donna aveva deciso di spedire la ragazza in patria, all'interno del suo clan famigliare, ben sapendo a cosa la poveretta sarebbe andata incontro.

La ragazza è tornata nel frattempo in Svizzera, dov'è ben integrata. La denuncia contro la sorellastra era stata presentata dal servizio di protezione dell'infanzia e della gioventù, venuto a conoscenza del caso. L'adolescente, dal canto suo, non ha denunciato la donna, né testimoniato contro di lei.

Quand'era ragazzina, l'imputata ha subito a sua volta un'escissione, una mutilazione genitale praticata sul 97-98% delle donne somale.

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SDA-ATS