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Jeremy Hunt, il ministro degli esteri della Gran Bretagna.

KEYSTONE/EPA/NEIL HALL

(sda-ats)

Divisi su quasi tutto, uniti contro Bruxelles. Il congresso Tory di Birmingham non è solo la sfida tra falchi e presunti moderati, fra la linea negoziale di Theresa May per una Brexit semisoft e il divorzio più netto di modello canadese predicato da Boris Johnson.

È anche una tribuna sulla quale il minimo comun denominatore possibile sembra ormai rappresentato dalla retorica della resistenza patriottica, condita da attacchi all'Ue fino al paragone con l'Urss del tempo che fu.

La stoccata, seguita dalla prevedibile reazione imbufalita dei funzionari europei, arriva da chi non ti aspetti: non un brexiteer radicale, bensì il pacato Jeremy Hunt, l'uomo succeduto a Johnson al Foreign Office in fama di fautore del dialogo e di fedelissimo della May. Bruxelles, ribadisce Hunt, "non deve scambiare la cortesia britannica per debolezza", né - aggiunge - pensare di "punirci con tattiche non lontane da quelle dell'Unione Sovietica". "La lezione che impariamo dalla storia - rincara - è chiarissima: se si trasforma l'Ue in una prigione il desiderio di scapparne non diminuirà, ma crescerà e a quel punto non saremo i soli".

Parole indigeste nel continente, a eurocrati e non: "Dico con rispetto che farebbe bene a tutti, in particolare ai ministri degli Esteri, aprire davvero un libro di storia ogni tanto", replica secco Margaritis Schinas, portavoce della Commissione europea. Ma è proprio ai precedenti storici che Hunt si aggrappa per rintracciare un barlume di ottimismo e rifiutarsi di chinare il capo. "Il nostro è un grande Paese", insiste, come a voler ricordare che l'isola alla resa incondizionata non si è piegata neppure "nell'ora più buia" di churchilliana memoria: in un'epoca in cui quasi tutti gli altri in Europa - incluse Francia e Germania - dovettero farlo.

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SDA-ATS