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La Giamaica non dimentica le colpe dell'impero britannico e torna a battere sul tasto delle compensazioni per la tratta degli schiavi che - a prezzo di sanguinosi soprusi patiti dagli avi della sua gente - permisero all'ex potenza coloniale di arricchirsi.

Non è un'accoglienza festosa quella che l'isola caraibica del reggae riserva a David Cameron, sotto accusa non solo per il no opposto finora dal governo di Londra persino a discutere di possibili indennizzi agli eredi delle vittime di un secolo di lucroso quanto spietato traffico di esseri umani, ma anche per un'ombra che pare annidarsi tra i 'segreti' di famiglia dell'inquilino di Downing Street: l'ombra di un antenato schiavista.

Il primo ministro conservatore britannico è stato ricevuto oggi a Kingston con tutti gli onori formali. Ma ad attenderlo ha trovato anche un appello - anticipato sulle colonne del Guardian - firmato da politici e intellettuali giamaicani che rilanciano la richiesta di un risarcimento danni, da parte del Regno Unito, per le malfatte dell'era coloniale.

In particolare per quelle dei 'negrieri' che imperversarono sotto la protezione della bandiera di Sua Maestà. Una vergogna, condivisa con altre potenze europee dell'epoca, che non può essere condonata senza un gesto riparatorio, argomentano i firmatari dell'appello. Del resto, che il tema sia sentito - in Giamaica come in altre ex colonie - lo dimostra la decisione della premier dell'isola, Portia Simpson Miller, d'inserirlo fin dalla vigilia fra i punti in agenda dei suoi colloqui con Cameron.

Sul risultato, tuttavia, i giamaicani non si fanno illusioni. Downing Street ha risposto picche mentre ancora David Cameron era in viaggio, ribadendo che il punto di vista di Londra non cambia: un rimborso - inevitabilmente miliardario - ai discendenti degli schiavi "non è l'approccio giusto", secondo l'insindacabile giudizio britannico, in base al quale sembra che a non cadere in prescrizione siano solo le violazioni dei diritti umani commesse nel XX secolo. O parte di esse. Mentre quelle precedenti possono sfumare nell'oblio del tempo.

Resta il fatto che la storia della Gran Bretagna, fra splendori e miserie, affonda le proprie radici anche nello schiavismo e nel commercio di uomini e donne obbligati ad attraversare l'Atlantico, dall'Africa verso il Nuovo Mondo, per lavorare sotto la frusta dei 'padroni' bianchi. Un'attività nella quale i britannici superarono a partire dal XVIII secolo persino francesi, olandesi e portoghesi e che fu abolita solo nel 1833: non prima d'aver fruttato, stando a una rivalutazione dei profitti calcolata da ricercatori dell'Università di Birmingham, qualcosa come 4000 miliardi di sterline.

Un'eredità che, sebbene le colpe dei padri non ricadano sui figli, sembra sfiorare Cameron anche con qualche traccia d'imbarazzo personale. Sir Hilary Beckles, presidente della Caricom Reparations Commission, che sostiene la battaglia in favore delle riparazioni ai Paesi caraibici, gli rinfaccia d'avere avuto in famiglia un avo, tale sir James Duff, che fece fortuna dopo essersi impadronito d'una proprietà proprio in Giamaica. Sfruttando la manodopera di 200 schiavi.

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SDA-ATS