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Rischia di essere la Bce, ossia l'organismo più 'tecnocratico' dell'Eurozona, ad avere l'ultima parola sul dossier incandescente della Grecia se dovesse fallire il tentativo di riportare il negoziato sul binario della politica.

Scavalcando i lavori della troika, e di fatto prendendo in mano la situazione fino ad allora gestita dai ministri delle Finanze dell'Eurogruppo, la cancelliera tedesca la scorsa settimana ha dato il via a una serie di vertici, incontrando il presidente francese François Hollande e il premier ellenico Alexis Tsipras. E coinvolgendo - con l'insistente pressing di Washington - Mario Draghi, il presidente della Bce, Christine Lagarde, direttore generale del Fmi, nonché i responsabili di Commissione Ue ed Eurogruppo, Jean-Claude Juncker e Jeroen Dijsselbloem.

Ma finora fra le due proposte, quella dei creditori e quella di Atene, restano le distanze. Ora i margini di tempo si sono esauriti. La Grecia non ha i soldi per pagare gli 1,5 miliardi dovuti al Fmi a fine mese, tanto meno quelli per pagare i circa sette miliardi dovuti alla Bce fra luglio ed agosto. E, soprattutto, a fine mese scatta la scadenza inderogabile, quella che sancisce la fine dell'attuale programma di assistenza alla Grecia la cui ultima tranche da sette miliardi doveva essere sbloccata attraverso la trattativa.

La vicenda greca ha abituato a improvvise schiarite a un passo dal baratro. Ma è evidente che lo scenario di un'insolvenza greca è dietro l'angolo. Le perdite maggiori andrebbero a chi ha i maggiori crediti verso Atene: gli Stati dell'Eurozona, in definitiva i contribuenti. La Bce ha un'esposizione di circa 100 miliardi di euro. E, ammesso che non sia la politica a dichiarare un eventuale 'game over', rischia di ritrovarsi con il cerino in mano, dovendo decidere fra un salvataggio all'ultimo minuto e il probabile default.

Draghi ha fatto capire che se s'intravvedesse un "accordo solido" con i creditori, la Bce potrebbe alzare il tetto alle emissioni di bond a breve, concedendo ossigeno ad Atene. Ma il 30 giugno quell'accordo sfuma definitivamente. Anche prima, se si considerano i tempi tecnici necessari per il vaglio dei parlamenti nazionali a un eventuale accordo.

Dopo aver escluso la Grecia dai finanziamenti diretti il 5 febbraio, la Bce è rimasta alla finestra, per dare il tempo alla politica di fare il suo corso. Oggi ha alzato ulteriormente a 83 miliardi la liquidità d'emergenza alla Grecia.

Ma i malumori tedeschi stanno riemergendo con forza: Hans-Werner Sinn, il presidente dell'Ifo, accusa la Bce, sostenendo che quella liquidità, senza un congelamento dei conti bancari, alimenta una fuga di capitali all'estero dando ad Atene, di fatto, ulteriore potere negoziale. E Ardo Hanson, consigliere estone della Bce, avverte che se le cose dovessero peggiorare (ad esempio con un crollo del valore dei titoli greci in caso di rottura del negoziato) la Bce dovrebbe "rivalutare" la solvibilità delle banche greche e la qualità del collaterale che offrono sui prestiti. Le opzioni, nel peggior scenario, potrebbero essere fra il default, un braccio di ferro sui controlli ai movimenti di capitali, oppure concessioni per dare tempo. Rimettendo i destini dell'euro a 19, ancora una volta, nelle mani della Bce.

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SDA-ATS