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Hong Kong sfida la Cina, in manette leader studenti

Migliaia di persone di tutte le età sono scese oggi nelle strade di Hong Kong per sostenere gli studenti che da una settimana reclamano una vera democrazia sfidando apertamente Pechino. La mobilitazione dei ragazzi, che hanno disertato le lezioni nelle Università e nei licei e hanno dato vita ad una serie di manifestazioni di protesta, si è conclusa la notte scorsa con tafferugli e 74 arresti.

La polizia è intervenuta con la forza dopo che un gruppo di giovani aveva sfondato la porta del quartiere generale del governo nella cosiddetta "civic square" ad Admirality, l'area dell'isola di Hong Kong adiacente a Central, il quartiere delle grandi imprese e delle grandi banche internazionali che hanno qui una base fondamentale per le loro operazioni in Cina e nel resto dell'Asia.

Da tre giorni i giovani chiedono di essere ricevuti dal "chief executive" - capo del governo locale - C.Y.Leung, che finora ha respinto la richiesta. Tra gli arrestati c'è Joshua Wong, un ragazzo di 17 anni che ha fondato e guida il gruppo studentesco "Scholarism", uno di quelli che hanno organizzato la protesta. Secondo voci non confermate gli sarebbe stata negata la cauzione. Le autorità dell'ex colonia britannica non hanno ancora chiarito con quali accuse il giovane sia trattenuto. La leader del Partito Democratico Emily Lau e quelli del Partito Laburista Lee Cheuk e del Partito Civico Alan Leong hanno espresso la loro solidarietà agli studenti e hanno chiesto che vengano "immediatamente" rilasciati tutti i giovani che sono stati fermati. Benny Tai, leader del gruppo "Occupy Central", alleato degli studenti, ha invitato la popolazione ad esprimere la propria solidarietà coi giovani.

All'invito hanno risposto, riferiscono testimoni sul posto, in migliaia e in piazza sono scese "famiglie e vecchi". Ad innescare le proteste dei giovani, di una portata senza precedenti nell'ex colonia britannica, è stata la decisione di Pechino di limitare a due o tre il numero dei candidati alla carica di "chief executive" o capo del governo locale di Hong Kong nelle elezioni che nel 2017, per la prima volta, si svolgeranno col suffragio universale.

Inoltre, il governo centrale ha stabilito che i candidati devono essere approvati da una apposita commissione elettorale i cui membri vengono nominati da Pechino. Secondo gli studenti che hanno dato vita alle proteste, questa decisione equivale ad una marcia indietro rispetto alla promessa di instaurare una piena democrazia politica. Tale impegno è contenuto nella Basic Law, la Costituzione di Hong Kong che dal 1997 è una Speciale Regione Amministrativa della Cina.

Deng Xiaoping, il leader cinese che firmò insieme alla premier britannica Margaret Thatcher l'accordo per il ritorno di Hong Kong alla Cina, sancì questa promessa inventando la formula "un paese, due sistemi". In altre parole, mentre la Cina avrebbe continuato ad essere governata dalla "dittatura democratica" del Partito Comunista, Hong Kong avrebbe avuto un sistema pluripartitico e il suffragio universale.

Una formula che, nelle speranze dei dirigenti cinesi, avrebbe potuto far propendere per la riunificazione i dirigenti di Taiwan, che è di fatto indipendente dal 1949 e che da quasi trent'anni è retta da un efficiente sistema democratico. Riunificazione che, alla luce dei recenti avvenimenti nell'ex colonia britannica, appare sempre più problematica.

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