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Il presidente francese eletto Emmanuel Macron e la moglie Brigitte

Keystone/AP/THIBAULT CAMUS

(sda-ats)

È cominciata "la nuova era di speranza": Emmanuel Macron, il presidente più giovane della storia di Francia, ferma l'onda populista di Trump e della Brexit e riporta la costruzione europea al centro delle priorità.

Con un movimento che ha creato da solo, ha camminato indisturbato sulle macerie del vecchio bipolarismo francese, mandando in soffitta il Partito socialista e i neogollisti. Alla fine ha travolto anche un Front National che ieri sera Marine Le Pen ha definitivamente seppellito.

Non c'è stata nessuna sorpresa, 60 a 40 hanno martellato per 15 giorni i sondaggisti, 66,06% a 33,94% il risultato finale, comunque il più alto mai ottenuto dal Front National. "Si apre una nuova pagina - sono state le prime parole di Macron - voglio che sia quella della speranza e della ritrovata fiducia".

Questa la prima espressione del trentanovenne neopresidente, che ha parlato - come promesso - prima di tutti con Marine Le Pen per rendere omaggio all'avversaria battuta, poi con il presidente François Hollande.

Nel quartier generale del XV arrondissement, al sesto piano accessibile soltanto alla moglie Brigitte e alla cerchia più stretta del suo staff, Macron è rimasto a scrivere il suo primo discorso solenne. Lo ha pronunciato un'ora più tardi, con lo sguardo fisso e gli occhi lucidi dalla tensione, la voce bassa e concentrata, le parole scandite con lentezza: "Mi rivolgo a tutti voi, qualunque sia stata la vostra scelta.

Non nego le difficoltà economiche, sociali, l'abbattimento morale. In questo momento voglio rivolgere il mio saluto repubblicano al mio avversario, la signora Le Pen". Poi la promessa di "proteggere" e "tenere unita" la Francia, e quella altrettanto solenne di "difendere il destino comune dell'Europa".

Quindi, blindato da imponenti misure di sicurezza, il trasferimento al Louvre, dove l'aspettava una folla immensa. E l'immagine che volta definitivamente la pagina del "presidente normale" Hollande per aprire quella della solennità, a tratti del misticismo di una moltitudine di seguaci in adorazione di un guru. Tre minuti a percorrere, da solo, il perimetro del grande museo, con la folla a seguirlo sui maxischermi e l'inno alla Gioia sullo sfondo, poi il discorso infiammato: "La Francia ha vinto", prima di far salire sul palco Brigitte e la famiglia allargata.

È la celebrazione che soltanto qualche mese fa nessuno avrebbe neppure lontanamente immaginato in una Francia in cui da sempre chi vuole aspirare all'Eliseo deve avere "un partito alle spalle".

Macron non ce l'aveva, l'ha costruito in pochi mesi e se lo è - al contrario - caricato sulle proprie spalle. Ha visto, settimana dopo settimana, cadere ai suoi piedi gli antichi alleati e amici della gauche di governo, a cominciare dal presidente Hollande - il primo capo dello Stato della Quinta repubblica a non ricandidarsi - fino all'amico-rivale Manuel Valls.

L' harakiri di François Fillon e il 'plafond de verre', il soffitto di vetro che blocca da sempre il Front National all'ultimo ostacolo, hanno fatto il resto. Resta "l'enorme compito" che Macron ha riconosciuto subito nel discorso al Louvre, quello di riunificare un Paese spaccato, in cui oggi - comunque - meno della metà degli iscritti a votare hanno espresso la preferenza per lui.

In particolare, record di astensione per un secondo turno (25,3%) e record assoluto di schede bianche e nulle, il 12%. Molto di questa "terza scelta" è riconducibile alla gauche radicale di Jean-Luc Melenchon, finita quarta al primo turno e sfumata in questi giorni in un "né Macron né Le Pen".

Da oggi, inizia "la nuova era", un lavoro di ricostruzione titanico per il presidente Macron, a cominciare dalla battaglia per le politiche dell'11 e 18 giugno in cui dovrà tentare - con la sua maggioranza 'Republique en Marche' - di strappare il maggior numero di seggi a ciò che resta dei partiti tradizionali, per poter governare e varare il suo ambizioso programma di riforme per la Francia e l'Europa.

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SDA-ATS