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L'emergenza migranti nei Balcani si sposta alla Serbia, dove gli arrivi ogni giorno si contano a migliaia, dopo il dietrofront della Macedonia, che ha rinunciato al blocco della frontiera con la Grecia, con un miglioramento della situazione al confine.

Le cifre parlano di oltre 23 mila immigrati nelle ultime due settimane, quasi 90 mila dall'inizio dell'anno. Nell'ultimo weekend sono stati circa 10 mila i migranti passati in Serbia, nella regione meridionale di Presevo, un territorio a maggioranza albanese e musulmana.

Tra loro tante donne e bambini, intere famiglie disposte a percorrere a piedi sotto il sole centinaia di chilometri pur di scappare dal dramma della guerra e della desolazione dei loro Paesi d'origine. Solo la notte scorsa a Belgrado sono giunti 70 autobus carichi di migranti, in gran parte profughi dalle zone di guerra di Siria, Iraq, Afghanistan. Ma arrivano anche pachistani, cingalesi, africani. Una massa umana spropositata per un Paese di soli 7,5 milioni di abitanti, non ancora membro dell'Ue e con mezzi finanziari molto limitati. Ma nonostante ciò la Serbia sembra per ora rispondere in modo composto all'emergenza umanitaria.

In Serbia sono stati allestiti quattro centri di accoglienza, due a sud a Presevo e Miratovac, e due a nord al confine con l'Ungheria, a Kanidjia e Subotica. È infatti l'Ungheria il Paese dove quasi tutti i profughi intendono recarsi, e da lì proseguire poi verso Austria, Germania, Svezia, Francia e altri paesi del nord Europa. Ma l'impresa non è agevole, visto che per entrare in Ungheria bisogna superare il muro metallico e di filo spinato alto quattro metri che il governo conservatore di Viktor Orban ha deciso di erigere a scopo 'difensivo' lungo tutti i 175 chilometri della frontiera con la Serbia.

La conclusione della barriera, prevista inizialmente per novembre, è stata anticipata per fine agosto. Una volta in Serbia, profughi e migranti possono presentare domanda di asilo, ma la stragrande maggioranza ottiene un permesso di soggiorno temporaneo di 72 ore per poter attraversare il territorio serbo e raggiungere l'Ungheria. Lo fanno in treno, in autobus di linea, auto e pullmini privati, e tanti anche a piedi. A Belgrado, dove i migranti a centinaia bivaccano in parchi e spiazzi della città, oggi è stato aperto un Info Centre dotato di rete wi-fi per l'uso di personal computer e cellulari e nel quale è possibile ottenere informazioni sulle modalità delle domande di asilo, sull'assistenza legale e psicologica e su altri problemi di ordine pratico.

Apprezzamenti per l'organizzazione dell'accoglienza sono stati espressi al governo serbo dal rappresentante Ue a Belgrado, Michael Davenport, mentre è sostanzialmente positiva e amichevole la reazione della popolazione serba nei confronti della massa di profughi, ai quali vengono donati cibo e altri generi di prima necessità. Fatto, questo, che si spiega probabilmente con l'esperienza dolorosa di un Paese che ha provato sulla propria pelle il dramma delle centinaia di migliaia di profughi serbi affluiti nel Paese da Croazia, Bosnia e Kosovo in conseguenza delle guerre sanguinose degli anni novanta nell'ex Jugoslavia.

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SDA-ATS