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Benyamin Netanyahu prova a sparigliare le carte: chiede al leader palestinese Abu Mazen di "mettere fine" allo stallo attuale nei negoziati recandosi a Gerusalemme per parlare alla Knesset, il parlamento israeliano, riconoscendo il legame fra gli ebrei e lo Stato d'Israele.

L'invito - ricambiato dalla sua disponibilità ad andare a Ramallah - il premier israeliano lo inoltra dalla stessa aula davanti al presidente francese Francois Hollande in mattinata - in un precedente incontro con Abu Mazen - aveva domandato peraltro allo Stato ebraico - in sintonia con l'Autorità nazionale palestinese su questo punto - di fermare in maniera "definitiva e totale" le colonie per dare una chance alla pace.

"La colonizzazione è il più grande pericolo per le trattative e per la soluzione dei Due Stati", ha ammonito da Ramallah il capo dell'Eliseo rivendicando al tempo stesso la necessità di fissare i confini sulla linea del 1967, salvo "la possibilità di scambi di territori" concordati. La Francia - ha spiegato ancora - ritiene inoltre che Gerusalemme debba essere "capitale condivisa di entrambi gli Stati": Israele e Palestina. Netanyahu ha indicato invece come scopo della visita a Gerusalemme di Abu Mazen l'auspicata adesione del leader dell'Anp a una delle richieste principali del suo governo: "riconosca - ha detto nel suo intervento - la relazione tra gli ebrei e la terra di Israele".

Il presidente palestinese, incontrando Hollande, ha da parte sua ringraziato l'Ue e la Francia per le nuove linee guida europee che mettono al bando i prodotti degli insediamenti nei Territori, ma ha sottolineato di non chiedere il "boicottaggio d'Israele". Anzi, i palestinesi vogliono che "Israele abbia buoni rapporti con la comunità internazionale e col futuro stato palestinese".

"Noi - ha insistito - siamo favorevoli solo a boicottare le colonie". L'inquilino dell'Eliseo - secondo Haaretz - avrebbe comunque chiesto informalmente a Ramallah (dove ha deposto una corona sulla tomba di Yasser Arafat e firmato accordi di cooperazione economica) di "mitigare" la richiesta del diritto al ritorno dei profughi palestinesi: uno degli altri capitolo spinosi sul tavolo negoziale che dovrebbe ripartire nei prossimi giorni.

Del resto venerdì prossimo è atteso il ritorno nella regione del segretario di stato Usa John Kerry, motore del processo di pace. Sul piatto naturalmente non ci sono solo i colloqui di pace, ma anche il dossier Iran con il nuovo round di Ginevra di dopodomani. Al riguardo oggi Hollande ha ribadito la posizione francese sul tema, già chiaramente enunciata ieri al suo sbarco in Israele. 'L'Iran deve rispondere con le azioni non con le parole", ha ammonito confermando che la Francia non cederà sul nucleare di Teheran nè consentirà un'attenuazione delle sanzioni in mancanza di fatti. "Non permetteremo che l'Iran ottenga armi nucleari. Questo - ha detto Hollande - è inaccettabile". Non solo, ma ha precisato che "Israele ha il diritto di difendere se stesso".

Parole apparentemente più diffidenti sulla 'svoltà del presidente iraniano Hassan Rohani rispetto ai toni degli Usa o di altri Paesi occidentali. E parole d'oro per la leadership israeliana, che a quella svolta guarda con aperto scetticismo: "Rispettiamo la sua posizione - ha colto la palla al balzo Netanyahu, rivolgendosi a Hollande alla Knesset - secondo cui un'arma nucleare in mani iraniane sarebbe un pericolo non solo per Israele, ma per il mondo intero".

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SDA-ATS