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Con gli indici di Milano di nuovo prossimi ai minimi dallo scoppio della crisi finanziaria, i "gioielli" di Piazza Affari tornano scalabili a prezzi stracciati. La capitalizzazione dell'intero listino è scesa a 325 miliardi di euro, meno della sola Apple (464 miliardi) e di Exxon Mobile (330 miliardi) le due più grandi società mondiali per valore di borsa.

Particolarmente vulnerabili i grandi gruppi finanziari, caratterizzati da un azionariato frammentato, come Intesa Sanpaolo (15 miliardi), Generali (14 miliardi), Unicredit (15 miliardi) e, non da ultimo, Mps (2 miliardi), salvata da 3,9 miliardi di prestiti governativi e con un socio di controllo, la Fondazione, finanziariamente stremato dalle recenti ricapitalizzazioni.

Ma anche in presenza di patti di sindacato, come ad esempio in Mediobanca (2,3 miliardi) e in Telecom (12 miliardi), le difficoltà di alcuni soci, sfiancati dalla crisi, potrebbero indurre a passare la mano qualora qualche solido colosso straniero o fondi sovrani a caccia di occasioni dovessero lanciare allettanti offerte pubbliche d'acquisto o offrirsi di rilevare quote azionarie.

Altre società potrebbe dunque seguire la strada già imboccata nell'ultimo anno e mezzo da 'campionì italiani come Edison, Parmalat e Bulgari, acquistate dai colossi francesi Edf, Lactalis e Lvhm, ma anche da gioielli di tecnologia e stile come Permasteelisa e Ducati, rilevate dai giapponesi di Js e dal colosso tedesco Audi.

A monitorare la situazione sono soprattutto i grandi fondi sovrani asiatici e mediorientali, molto attivi sui mercati azionari e con il portafoglio gonfio di liquidità.

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SDA-ATS