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Un "giorno storico" atteso da anni da un'intera generazione di italiani: non usa mezzi termini il premier italiano Matteo Renzi nel presentare i decreti attuativi del Jobs Act (che "rottamano" i contratti precari e l'art. 18) e le liberalizzazioni del mercato (che sfidano le lobby). Secondo Renzi il motore di queste riforme è innanzitutto nel fatto di incoraggiare le nuove assunzioni a tempo indeterminato attraverso il contratto a tutele crescenti. Confermati tuttavia i licenziamenti collettivi sui quali le commissioni parlamentari avevano espresso parere negativo.

Un quadro che non convince i sindacati, la sinistra del Pd e le opposizioni. Stefano Fassina parla sarcasticamente di un giorno atteso da anni... dalla Troika, Cesare Damiano di uno sbaglio del governo nella conferma dei licenziamenti collettivi e di poco rispetto del Parlamento. Commenti di tenore analogo a quelli dei 5 stelle secondo cui si tratta "del primo tassello della generazione 300 euro" (Alessandro Di Battista), mentre l'azzurro Renato Brunetta esprime il timore che alla fine si distrugga l'occupazione piuttosto che crearne di nuova.

Si vedrà ben presto da che parte sta la ragione. Secondo Bankitalia si cominciano infatti a vedere i primi segni della ripresa e per tutti gli organismi internazionali il Jobs Act dovrebbe rappresentarne l'acceleratore. Non c'è dubbio che sul lavoro il governo Renzi gioca la sua carta più importante: fin dal primo momento il Rottamatore lo ha giudicato il terreno cruciale sul quale attirare nuovi investimenti dall'estero e dunque più occupazione. Le riforme istituzionali e la legge elettorale in fondo ne rappresentano solo la cornice di stabilizzazione per curare quello che è giudicato il male più inquietante della nostra democrazia, vale a dire la perenne incertezza e litigiosità interna.

Su questo sfondo la triplice crisi internazionale in atto (Grecia, Libia ed Ucraina) giocherà un ruolo vitale: si capisce che le possibilità di sviluppo del Pil italiano sono strettamente collegate ad equilibri a rischio di rottura. In particolare l'accordo con Atene per salvarla dal default è decisivo anche per l'Italia: non a caso Renzi si è impegnato in una frenetica opera di mediazione che tuteli allo stesso tempo gli impegni assunti dalla Grecia, il principio delle "riforme in cambio di tempo" e un po' di ossigeno per l'economia ellenica.

Negli ultimi giorni Roma è apparsa più allineata con Berlino a dispetto delle richieste della sinistra di sostenere a spada tratta Tsipras. Con Angela Merkel il capo del governo ha fatto sapere che esiste una sintonia di fondo innanzitutto sulla crisi libica e ucraina e poi sulla difesa dei principi alla base del risanamento; ma essendosi posto alla testa della strategia di raccordo del Pse ha lavorato anche per un compromesso accettabile che non sconfessi nessuno.

In altre parole al termine del suo primo anno di governo Renzi si trova a vivere il passaggio più delicato, quello che dimostrerà se l'operazione di rilancio della credibilità italiana sullo scenario europeo ha avuto successo e se al contempo è riuscito davvero a riavviare la macchina economica italiana.

Una parte importante è demandata al rasserenamento del clima parlamentare. Le prime crepe nello schieramento "aventiniano" lo incoraggiano nella sua rincorsa. Le opposizioni restano divise e Forza Italia in particolare deve studiare con grande attenzione le sue prossime mosse. I fedelissimi del Cavaliere ribadiscono che il patto del Nazareno è finito, anche per sottrarre munizioni a Raffaele Fitto che sta lanciano su scala nazionale la sua componente, quella dei "ricostruttori".

Ma su questa linea c'è un problema politico: Silvio Berlusconi (preoccupato e oppresso dai processi Ruby) ha deciso, in vista delle regionali, di puntare sull'alleanza con Angelino Alfano che pure siede al governo. Ciò significa che molte polemiche contro l'esecutivo dovranno essere smussate all'ombra del Ppe. A Matteo Salvini, che esclude qualsiasi intesa con chi è alleato con Renzi, Giovanni Toti fa perciò sapere che non può aspirare alla leadership chi divide il centrodestra. Soprattutto considerando che Lega e Nuovo centro destra (Ncd) governano già insieme Lombardia e Veneto. Una sorta di ultimo appello il cui esito è tutto da verificare perché anche il Carroccio ha i suoi problemi interni (Tosi).

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SDA-ATS