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PALERMO - Quando, in piena notte, i carabinieri sono entrati nella sua cella del carcere di Rebibbia per la perquisizione, ritrovando il piglio del capo, ha reagito, chiedendo cosa volessero da lui a quell'ora. L'abitudine ormai più che decennale al regime carcerario soft, concesso ai collaboratori di giustizia, gli aveva fatto dimenticare i tempi degli interrogatori e delle ispezioni a sorpresa. Ma l'irritazione è durata un attimo; poi Giovanni Brusca, 53 anni, carnefice di Capaci passato tra i ranghi dei collaboratori di giustizia, si è fatto da parte e ha lasciato che gli investigatori cercassero tra le sue cose.
Una perquisizione accurata, quella dei militari, che hanno sequestrato un pc, una ventina di cd-rom, manoscritti, appunti con numeri e indirizzi telefonici americani alla ricerca di prove che confermino che Brusca, violando le regole imposte ai collaboratori, e commettendo reati, abbia continuato ad accumulare e gestire un enorme tesoro, sottratto alla confisca, attraverso intestazioni a prestanomi. Riciclaggio, tentata estorsione e intestazione fittizia di beni i reati che la Dda di Palermo contesta all'ex capomafia di San Giuseppe Jato: accuse pesanti che, se provate, potrebbero costare al killer del piccolo Giuseppe Di Matteo l'estromissione dal programma di protezione.
Ma ad essere passata al setaccio non è stata solo la cella di Brusca. I carabinieri stanno tentando di ricostruire l'intera rete di prestanomi e favoreggiatori, in tutto una decina di persone: perciò, durante la notte, si sono presentati da familiari e conoscenti dell'ex boss a caccia di documenti. E almeno un esito clamoroso il blitz dell'Arma l'ha avuto: in casa della moglie sono stati trovati quasi 200mila euro in contanti.
L'indagine, che comunque pare confermare dubbi antichi dei magistrati - da anni i giudici delle misure di prevenzione di Palermo sostengono che Brusca non abbia detto la verità sui suoi beni -, nasce dall'intercettazione di una conversazione di un cognato dell'ex mafioso, sotto controllo nell'ambito di un'altra inchiesta. L'uomo parla con la sorella, la moglie del pentito, di acquistare una rivendita di tabacchi: un investimento grosso che insospettisce chi ascolta.
I carabinieri cominciano allora a controllare la corrispondenza di Brusca trovando, tra l'altro, una sua lettera a un presunto prestanome, l'imprenditore Salvatore Sottile, dal quale l'ex capomafia pretendeva la restituzione di diversi beni. "Ti spacco la testa", avrebbe scritto Brusca al suo interlocutore per "convincerlo" a ridargli ciò che era suo. E poi c'è la telefonata tra la moglie e l'avvocato: la donna, irritata per il trattamento riservato dallo Stato al marito - il boss non è stato ancora ammesso ai domiciliari - dice: "forse è meglio che al primo permesso premio scappi".
Insomma, per i pm ce ne è abbastanza per un'indagine. Dopo le perquisizioni i pm di Palermo, con in testa il procuratore Francesco Messineo, sono volati a Roma per interrogare il collaboratore, che ora rischia l'estromissione dal programma di protezione. Brusca ha ammesso l'intestazione dei beni a Sottile, anche se ha cercato di minimizzare sul loro valore. Sul denaro trovato alla moglie, si è difeso sostenendo che si tratta dei "risparmi di una vita".
Ai giudici che gli chiedevano conto del suo patrimonio, dieci anni fa, disse che lui dalla mafia aveva guadagnato "solo 200 milioni".

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SDA-ATS