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Italia: truffe finanziarie, UBS Europe nei guai

Guai per UBS Europe in Italia. KEYSTONE/AP/ANTONIO CALANNI sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 31 gennaio 2020 - 16:19
(Keystone-ATS)

L'ex consigliere delegato di UBS Europe, Fabio Innocenzi, attivo per la banca dal 2011 al 2018, è indagato, assieme ad altre persone, nell'ambito di una presunta truffa ai danni di risparmiatori, messa a segno negli anni scorsi tramite Sofia Sgr.

Sofia Sgr gestiva investimenti azionari ed obbligazionari. UBS, indagata poiché avrebbe partecipato alla intermediazione di determinati prodotti, non ha voluto commentare l'inchiesta in corso.

Accanto a Innocenzi, commissario per banca Carige, è indagato anche Angelo Lazzari, il manager bergamasco già coinvolto nel caso dei 49 milioni della Lega dell'ex vicepremier italiano Matteo Salvini ora spariti.

È quanto si legge nell'avviso di conclusione delle indagini eseguite della Procura di Milano notificato a 23 persone fisiche e a due società, la stessa Sofia Sgr e UBS Europe.

Tra gli indagati, scrive l'agenzia di stampa italiana Ansa, oltre a Lazzari e a Innocenzi, ci sono quattro funzionari della succursale italiana di UBS Europe.

I reati contestati, che vanno dal 2013 al 2017, sono associazione per delinquere, truffa aggravata, riciclaggio, auto-riciclaggio, emissioni di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti e ostacolo all'attività degli organi di vigilanza.

Dall'avviso di conclusione delle indagini firmato dal pubblico ministero Bruna Albertini emerge che il caso si è allargato a UBS Europe poiché giudicata "l'unico intermediario negoziatore nella impartizione degli ordini da parte di Sofia Sgr".

L'inchiesta inizialmente aveva accertato una truffa ai danni di 117 clienti di Sofia, i quali avevano perso un totale di circa 6,5 milioni di euro (circa 7 milioni di franchi al cambio attuale), poiché si sarebbero trovati nei loro portafogli obbligazioni della "Tre International sa" (di Lazzari) quotate alla Borsa di Vienna ma che, di fatto, non venivano scambiate e quindi non avevano una quotazione reale.

La società di gestione del risparmio avrebbe venduto loro strumenti finanziari a prezzi gonfiati e privi di liquidità, incassando per di più commissioni per un importo maggiorato rispetto al valore di mercato.

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