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Italia: vendevano cozze "alla diossina" rubate, 7 arresti

Un'organizzazione criminale rubava cozze allevate nel mare di Taranto, anche nella zona vietata per la presenza di diossina e PCB, e le vendevano senza alcuna depurazione.

KEYSTONE/AP/HERIBERT PROEPPER

(sda-ats)

Un'organizzazione criminale rubava cozze allevate nel mare di Taranto, anche nella zona vietata per la presenza di diossina e PCB, e le vendevano senza alcuna depurazione. In tal modo venivano commercializzati quintali di prodotti con elevati tassi di inquinanti.

Dopo alcune denunce di mitilicoltori vittime di ingenti furti di prodotti ittici, la Capitaneria di porto-Guardia Costiera di Taranto ha eseguito sette ordinanze di custodia cautelare, due in carcere e cinque ai domiciliari.

L'indagine, secondo quanto riferito dagli inquirenti, ha portato alla luce l'esistenza di un vero e proprio "mercato parallelo" di prodotti contaminati chimicamente e biologicamente che, immesso nella filiera tramite la contraffazione della tracciabilità, veniva spacciato come prodotto di alta qualità, ma pericolosissimo per la salute pubblica.

In particolare, i militari hanno accertato l'esistenza di una organizzazione criminale che, sistematicamente, trafugava i mitili da impianti siti nel 1° e 2° seno Mar Piccolo - o li coltivavano abusivamente in impianti illegittimi - per poi distribuirli ad "acquirenti di fiducia locali" (che a loro volta li commercializzavano nei banchetti presenti sulle strade tarantine) ma anche a grandi centri di spedizione, ricavandone ingenti guadagni derivanti dal basso, ovvero inesistente, costo di produzione o acquisto in quanto prodotto dell'attività illecita del furto.

Tale sistema consentiva agli indagati di aggirare le stringenti normative sanitarie in materia che prevedono lunghi ed accurati cicli depurativi dei mitili, nonché le previste movimentazioni del prodotto, finalizzati ad abbattere la contaminazione batterica ed livelli di PCB e diossine, causando così seri rischi per la salute pubblica.

Nello specifico, alcuni degli arrestati si occupavano di organizzare i furti e la vendita dei beni sottratti, le operazioni di trattamento, sgranatura dei pergolati di mitili (al fine di perderne la tracciabilità, data dalla colorazione della retina scelta da ogni miticoltore) nonché di consegna del prodotto confezionato in sacchi del peso di 10 kg cadauno agli "acquirenti di fiducia", previa prenotazione telefonica del quantitativo richiesto.

Ulteriori indagini hanno portato alla luce, inoltre, la vendita del prodotto in due centri di spedizione all'ingrosso di Taranto che provvedevano ad etichettare come proprio, il prodotto in questione, "sanandone" di fatto la provenienza.

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