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Gelo del Cremlino sulle prime prove di pace in Ucraina. Il presidente Petro Poroshenko ha annunciato da stasera un cessate il fuoco unilaterale da parte delle truppe di Kiev per permettere ai miliziani separatisti dell'est di deporre a loro volta le armi. Secondo il portavoce delle forze ucraine, Vladislav Selezniov, la "tregua" inizia alle 22 di stasera (le 21 in Svizzera), ma durerà solo una settimana e i filorussi che non smetteranno di combattere - tuona Kiev - "verranno eliminati".

Si tratta del passo iniziale per l'attuazione del piano di pace in 15 punti progettato da Poroshenko e reso noto stamane nei suoi tratti essenziali, ma la proposta del presidente ucraino è finora stata accolta dai leader separatisti con un coro di 'niet' che non fa ben sperare. E in serata, dopo le aperture di Vladimir Putin sui 15 punti, è arrivata anche la bocciatura del Cremlino sulla tregua: che, secondo Mosca, nei termini in cui è stata proclamata "sembra piuttosto un ultimatum", in assenza della disponibilità a negoziati diretti con i miliziani filorussi.

Gli stessi che il governo ucraino accusa di essere armati dal grande vicino orientale. Rischiano così di crollare le speranze suscitate da una conversazione telefonica nella notte tra il nuovo presidente ucraino e lo 'zar' Putin proprio sulla crisi nell'est: la seconda della settimana. A frenare ci aveva del resto già pensato poco prima il rappresentante di Mosca all'Onu, Vitali Ciurkin, definendo "prematuro parlare di un sostegno" russo all'iniziativa di Poroshenko. Mentre il ministero degli Esteri insisteva a chiedere a Kiev di "trattare con coloro che controllano davvero la situazione nel sud-est dell'Ucraina".

Il governo ucraino non sembra però avere intenzione di sedersi al tavolo della pace con quelli che definisce "terroristi", anche se ieri l'influente oligarca Rinat Akhmetov ha rilasciato una dichiarazione che sembrerebbe andare sulla strada auspicata da Mosca affermando che "la gente non è interessata al processo, ma al risultato: la pace".

Il cessate il fuoco unilaterale non significa comunque che per una settimana non ci saranno combattimenti. Parlando con la gente a Sviatogorsk, un paesino a 14 chilometri dalla roccaforte dei separatisti, Sloviansk, Poroshenko ha infatti puntualizzato che le truppe di Kiev interrompono l'offensiva, ma "opporranno resistenza e apriranno il fuoco" in caso di attacco. E d'altronde, anche a dar credito agli auspici di una flebile luce in fondo al tunnel della guerra civile, i combattimenti sono proseguiti per buona parte della giornata di oggi.

Nella zona di Sloviansk la "riconquista" da parte dei soldati ucraini dei villaggi di Iampil e Kirovsk è costata la vita ad almeno 13 militari. E, secondo le autorità ucraine, addirittura a 300 miliziani: una notizia difficilmente verificabile, ma uno dei comandanti dei filorussi ha in effetti parlato di "gravi perdite" tra i suoi, pur senza precisare il numero dei caduti.

A inasprire ulteriormente le relazioni bilaterali tra Russia e Ucraina è arrivata la denuncia da parte del Cremlino del ferimento di una guardia di frontiera di Mosca e della distruzione di un edificio nella regione russa di Rostov dovuti probabilmente a colpi di mortaio durante degli scontri vicino al confine. E proprio la frontiera - da cui secondo Kiev arriverebbero armi e combattenti dalla Russia - è un elemento essenziale di questa guerra: oggi il ministero della Difesa ucraino ha annunciato che Kiev ne ha ripreso il controllo, ma poche ore dopo è stato smentito dal portavoce dello stesso Consiglio di sicurezza ucraino, Vladimir Cepovoi, che ha definito "prematuro" quanto affermato dal governo. Mentre da Washington sono gli Usa ad "ammonire" il Cremlino di non essere disposti ad accettare eventuali sconfinamenti militari russi in Ucraina orientale.

Resta ora da vedere se il piano di pace di Poroshenko avrà successo o meno. I suoi punti fondamentali sono un'amnistia per i separatisti che non si siano macchiati di "reati gravi", l'apertura di un corridoio per consentire ai "mercenari" di lasciare il territorio ucraino, e il lancio di un processo di decentramento del potere.

SDA-ATS