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La notte del Supertuesday, è duello Sanders-Biden

I due protagonisti delle primarie democratiche in quattordici stati: il senatore Bernie Sanders (a sinistra), dell'ala sinistra del partito, e l'ex presidente Joe Biden, centrista. KEYSTONE/AP/Patrick Semansky sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 03 marzo 2020 - 19:36
(Keystone-ATS)

Il senatore Bernie Sanders tenta di afferrare il ricco bottino di delegati della progressista California per provare ad involarsi verso la nomination democratica.

Ma l'ex vicepresidente Joe Biden gli contende il Texas e prova a frenarne la fuga dopo aver scommesso tutto sugli stati del sud e sul voto dei neri in Alabama, Arkansas, Tennessee.

Così la notte del Supertuesday, la tornata elettorale più importante prima delle elezioni presidenziali statunitensi di novembre, sembra regalare uno scenario ancora incerto, in cui la partita per scegliere il candidato che dovrà sfidare Donald Trump potrebbe poi non essere così scontata.

Del resto quello tra il senatore "socialista" e l'ex numero due di Barack Obama non è solo un duello elettorale, ma rappresenta la lotta in corso tra le due anime dei democratici americani, come lo fu nel 2016 nello scontro Sanders-Hillary Clinton. In palio oggi più che mai c'è un primato che può segnare il partito per molti anni a venire.

Lo sanno bene i milioni di elettori chiamati alle urne in ben quattordici stati, da un capo all'altro del Paese, in cui la posta in gioco è di 1357 delegati sui 1991 necessari per conquistare la nomination nella convention democratica di Milwaukee a metà luglio. Saranno i risultati finali a dire se le previsioni last minute erano azzeccate: come quelle del mago dei sondaggi Nat Silver secondo cui Sanders e Biden dovrebbero vincere sette stati ciascuno.

Stretto dunque lo spazio in cui, a colpi di milioni di dollari sborsati di tasca propria, si muove Michael Bloomberg, la vera incognita di questo supermartedì che per l'ex sindaco di New York ha segnato il debutto alle urne. Un D-Day che rischia però di trasformarsi in un flop se dovesse subire il prepotente ritorno di Biden e non vincere nemmeno uno stato, come indicano i sondaggi della vigilia.

Una vigilia in cui a sparigliare le carte sono stati gli improvvisi sviluppi nel campo moderato, coalizzatosi sulla figura dell'ex vicepresidente grazie all'endorsement di Pete Buttigieg e Amy Klobuchar, i due candidati che hanno deciso di gettare la spugna. E anche con l'appoggio di quel Beto O'Rourke che potrebbe dare a Biden l'ulteriore spinta per conquistare più delegati possibili in Texas.

Donald Trump osserva e parla di golpe, di un nuovo complotto dell'establishment democratico per fare fuori "Crazy Bernie". Altri ipotizzano un intervento dietro le quinte dell'ex presidente Obama, per aiutare Biden a ricostituire almeno in parte quell'alleanza che portò i democratici a conquistare la Casa Bianca nel 2008 e nel 2012.

E se i moderati si coalizzano, a sinistra Sanders ha un chiaro problema che si chiama Elizabeth Warren. Per ora Bernie deve contare solo sulle sue forze, con la presenza della senatrice che inevitabilmente in questo Supertuesday gli toglie voti preziosi. Anche se l'ex professoressa di Harvard sembra ormai giunta al capolinea, soprattutto se i risultati finali della notte non dovessero consegnarle la vittoria nemmeno nel suo Massachusetts, lo stato che l'ha eletta in Senato, oppure in Oklahoma, dove è nata e cresciuta.

Intanto non c'è molto tempo per festeggiare o per leccare le ferite di questo supermartedì. Sanders è nella sua Burlington, in Vermont, Biden in California, Bloomberg a West Palm Beach, a due passi dalla residenza di Mar-a-Lago di Trump. Ma il pensiero è già rivolto al fittissimo calendario di marzo, pieno di sfide decisive e da far tremare i polsi: da quella del 3 marzo nello stato chiave del Michigan, a quelle del 17 in Florida, Ohio, Illinois e Arizona. Poi il 24 marzo ancora al sud, in Georgia.

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