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Non c'è nessuna prova che al Qaida o altri gruppi del terrorismo internazionale abbiano avuto un ruolo nell'attacco contro il Consolato degli Stati Uniti a Bengasi del 2012 in cui morì l'ambasciatore Chris Stevens ed altri tre cittadini americani. È la conclusione cui è giunto il New York Times dopo "un'inchiesta durata mesi e colloqui con libici che avevano una conoscenza diretta dell'attacco".

Responsabili sono invece, prosegue il quotidiano sul suo sito online in un articolo dal titolo "Mix mortale", "combattenti che beneficiavano direttamente del massiccio intervento aereo e del supporto logistico della Nato" durante la rivolta contro il colonnello Gheddafi. E, sottolinea il Nyt, "al contrario di quanto dicono membri del Congresso, l'attacco fu alimentato dalla rabbia scatenata da un video americano che denigrava l'Islam".

Secondo il New York Times, figura centrale dell'attacco fu un leader delle milizie locali, Abu Khattala, che ha sempre negato la sua responsabilità. Il quotidiano aggiunge che a differenza delle due versioni americane - una offerta inizialmente dell'amministrazione Obama su una protesta spontanea sfuggita di mano e una appoggiata dai repubblicani, su un attacco pianificato da al Qaida - l'inchiesta mostra che a Bengasi la situazione era diversa. La città non era infiltrata da al Qaida ma c'erano comunque gravi minacce locali contro gli interessi americani che non furono valutate in modo adeguato e che l'attacco, anche se non meticolosamente preparato, non fu spontaneo e fu preceduto da segnali di avvertimento.

Secondo il New York Times, la vicenda mostra "i rischi che corrono gli Stati Uniti quando si attendono di comprare una lealtà durevole con gli aiuti e la difficoltà di distinguere gli amici dagli alleati di convenienza in una cultura intrisa di sentimenti antiamericani". Sfide che sono ora di nuovo di fronte a Washington nello scenario siriano.

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SDA-ATS