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Libia: Gheddafi bombarda civili ma tesse tela per tregua

Questo contenuto è stato pubblicato il 04 aprile 2011 - 22:24
(Keystone-ATS)

L'artiglieria di Gheddafi fa strage di civili a Misurata ma il rais continua a tessere anche la tela diplomatica, facendo rimbalzare il suo vice ministro degli esteri al Obeidi tra Grecia, Malta e Turchia con le sue condizioni per un cessate-il-fuoco.

Secondo indiscrezioni raccolte in Inghilterra dal Guardian, sarebbe stato anche lo stesso colonnello ad illustrare all'ex segretario generale dell'Onu Kofi Annan il suo piano per la tregua, ovvero la disponibilità ad andarsene e a garantire riforme politiche aprendo una fase di transizione verso la democrazia affidata al più presentabile dei suoi figli, Saif al Islam. Peccato che la prospettiva sia stata già bocciata dagli insorti ("Gheddafi e i suoi figli devono andarsene prima di qualunque negoziato diplomatico", l'ha liquidata oggi un portavoce del CNT di Bengasi) e che secondo molti analisti l'iperattivismo diplomatico del rais di questi giorni non sia altro che l'ennesimo espediente per cercare di guadagnare tempo.

Se infatti il regime vuole far filtrare una sua presunta volontà di dialogo, i segnali che arrivano dal terreno vanno da tutt'altra parte. Lealisti e ribelli continuano ad inseguirsi in un'altalena di sangue tra Tripolitania e Cirenaica senza che nessuna delle due parti abbia la forza per imporsi sull'altra. Ma oggi i ribelli hanno denunciato crimini di guerra contro la città di Misurata (l'unica nell'ovest presidiato dal regime dove ancora si combatte), con l'artiglieria di Gheddafi che avrebbe martellato quartieri residenziali già dalle prime ore del mattino causando decine di morti tra la popolazione. Forze fedeli al colonnello - stavolta la fonte è Al Jazira - avrebbero bombardato anche il campo petrolifero di Misla, nell'est della Libia. Gli insorti, da parte loro, hanno annunciato di aver respinto i lealisti fuori da Brega, terminal petrolifero a sud di Bengasi già passato di mano diverse volte nella cruenta lotta di posizione e logoramento che va avanti ormai da settimane.

Nonostante i raid della Nato (58 attacchi nelle ultime 24 ore), la situazione sul terreno rimane quindi di stallo. E a poco, probabilmente, servirà anche l'ultima minaccia di Gheddafi, quella cioè di "assetare" la capitale dei ribelli Bengasi se continueranno a piovere dal cielo le bombe degli alleati: il ministero libico dell'Agricoltura oggi ha avvertito che le infrastrutture e le condotte del Grande Fiume Artificiale - un acquedotto che porta sulla costa le acque fossili del Sahara e che rappresenta la fonte idrica dalla quale dipende il 70% degli abitanti della Libia - corrono gravi pericoli in seguito ai bombardamenti.

Una possibile via d'uscita dal pantano potrebbe essere quella diplomatica. L'inviato di Gheddafi ha avuto oggi colloqui ad Ankara dopo la tappa di ieri ad Atene. E in Turchia, che si propone di mediare per una possibile tregua, sono attesi nei prossimi giorni anche rappresentanti degli insorti. Entrambi, secondo una fonte del ministero degli Esteri turco, "hanno proposte per un possibile cessate il fuoco: ne parleremo e vedremo se c'è una base comune" dalla quale poter partire.

Per il momento però, la comunità internazionale sembra crederci poco, tanto che oggi il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini - ricevendo alla Farnesina il responsabile per la politica estera del CNT, Ali al Isawi - ha definito "non credibili" le proposte per uscire dalla crisi illustrate ieri ad Atene da al-Obeidi. L'Italia intanto, sulle orme della Francia, ha riconosciuto il Consiglio di Bengasi "come unico interlocutore legittimo della Libia per le relazioni bilaterali" e non ha escluso di inviare armi ai ribelli, seppure come "extrema ratio". Armi dagli alleati per sbloccare l'impasse è la richiesta degli insorti, ma su questo i Paesi della coalizione sono ancora titubanti.

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