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Il presidente statunitense Barak Obama ha condannato duramente gli "attacchi oltraggiosi" che hanno portato all'uccisione dell'ambasciatore Usa, Chris Stevens, e di altri tre americani in Libia.

Il presidente libico si è da parte sua scusato con gli Stati Uniti per la morte dell'ambasciatore. La maggior parte degli autori dell'attentato contro la sede di rappresentanza Usa è stata già arrestata, mentre le forze di sicurezza sono sulle tracce degli altri, ha affermato il vice rappresentante libico all'Onu, Ibrahim Dabbashi, parlando al Palazzo di Vetro di New York.

Intanto sono 200 i Marines in partenza per la Libia, per "rafforzare la sicurezza nelle sedi diplomatiche di Tripoli e Bengasi". È quanto scrive l'emittente americana Nbc sul suo sito online citando funzionari dell'amministrazione Usa. Secondo altre fonti, altre unità sono in partenza per Kabul e il Cairo, sempre per incrementare il livello di sicurezza.

Stevens è rimasto ucciso ieri nell'assalto contro la sede di rappresentanza Usa a Bengasi, assieme a un funzionario e due Marines. Il diplomatico era arrivato nel pomeriggio nella 'capitale' della Cirenaica per raccogliere gli umori alla vigilia della nomina del nuovo premier libico, prevista oggi.

In serata, poco dopo le 21.30, una folla inferocita e armata ha preso d'assalto l'edificio: dopo una feroce sparatoria a colpi di Rpg e armi automatiche, i dimostranti hanno appiccato le fiamme alla struttura, che si trova all'interno di un compound, e issato la bandiera nera islamica dopo aver strappato e bruciato quella americana.

Alcuni testimoni che hanno chiesto l'anonimato hanno riferito di aver notato numerosi membri della milizia islamica Ansar Al-Sharia tra i dimostranti, e secondo fonti concordanti, i violenti scontri a fuoco sono andati avanti per diverse ore, almeno tre. L'assalto di ieri è iniziato con "un gran botto", secondo alcune testimonianze le esplosioni sarebbero state alla fine almeno dieci.

In serata anche l'ambasciata americana del Cairo era stata presa d'assalto dai dimostranti a causa del film su Maometto prodotto da copti negli Usa considerato offensivo per l'Islam. La circostanza ha fatto collegare l'assalto di Bengasi alla pellicola. "L'Islam è un cancro. La pellicola é un film politico, non un film religioso": così Sam Bacile, regista e produttore del film ha descritto al Wall Street Journal il senso del suo lungometraggio.

Ma secondo i siti collegati alla galassia di al Qaida, il film è solo una falsa pista: la morte dell'ambasciatore Usa è "una reazione della milizia Ansar Al-Sharia alla conferma della morte di Abu al-Libi", il libico numero 2 di Al Qaida, arrivata ieri da Ayman al Zawahiri. Secondo le autorità libiche, invece, dietro l'attacco ci sarebbero fedelissimi dell'ex dittatore Muammar Gheddafi.

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SDA-ATS