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Si avvicina, sempre più minacciosa, la stretta finale delle forze di Muammar Gheddafi contro i ribelli della 'Rivoluzione del 17 febbraio'. "Le operazioni militari sono terminate, tutto sarà finito in 48 ore, le nostre forze sono vicine a Bengasi", è stato l'ultimo avvertimento agli insorti della Cirenaica giunto da Seif-al-Islam, il figlio del rais.

"Parlare non costa niente e in tv ci sono troppi bugiardi", ha replicato il Consiglio transitorio libico, continuando a ripetere che "è solo propaganda" e che "a Bengasi la situazione è tranquilla come ieri".

"Le truppe lealiste non sono in grado di prendere Bengasi in 48 ore", ha detto all'agenzia ANSA, Essam Gheriani, membro del Consiglio. "A Misurata non ci sono riusciti per tre settimane", ha aggiunto, mentre contro la città in mano ai ribelli, a 200 chilometri a est di Tripoli, l'esercito lanciava una nuova offensiva provocando almeno quattro vittime. Sotto attacco ci sono anche Zenten, a sud ovest di Tripoli, e Ajdabiya, in Cirenaica, "anche oggi pesantemente bombardata", ha riferito una fonte della 'Rivoluzione del 17 febbraio'.

Qui, da ieri, sono morte almeno 26 persone, secondo le stime di un medico e la situazione è tutt'altro che chiara. La Tv di stato ha annunciato trionfalmente che la città è stata "ripulita" dagli insorti ma anche ieri era stata detta la stessa cosa e i combattimenti sono continuati.

In mattinata un missile è stato lanciato sull'aeroporto di Bengasi, il Benina International, caduto lontano dallo scalo senza provocare danni nè vittime. Secondo i rivoluzionari al fronte, il pilota è poi atterrato sulla pista consegnandosi agli insorti per unirsi alla loro lotta contro il regime.

Nonostante le rassicurazioni dei ribelli, Bengasi, capitale della 'Rivoluzione', si prepara al peggio. "C'è un clima di calma tesa, è una giornata di attesa", ha riferito un testimone sul posto. Molti abitanti della città cominciano a fuggire in Egitto, cercando di mettersi al riparo prima che sia troppo tardi, tra loro qualcuno troppo esposto teme ritorsioni.

Lo stesso Seif ha chiesto agli insorti di lasciare il Paese. "Non vogliamo ucciderli, non vogliamo vendicarci. Ma voi, traditori, mercenari, voi avete commesso dei crimini contro il popolo libico. Prego, salvatevi, andate in pace in Egitto", ha detto il figlio del rais.

Oggi al confine sono passati "più di mille libici, soprattutto famiglie - ha detto in serata un agente di frontiera egiziano - ma anche molti media stranieri". La maggior parte degli inviati sta infatti lasciando il Paese, dopo le minacce ai giornalisti entrati in Libia senza visto.

Intanto la comunità internazionale continua a discutere dell'eventualità di una no fly zone, che i ribelli della Cirenaica e la popolazione invocano da settimane. Il presidente francese Nicolas Sarkozy preme, e il segretario di Stato Usa Hillary Clinton auspica che una decisione venga presa entro domani dal Consiglio di Sicurezza, che ha cominciato a discuterne, con la Russia che resta scettica e la Cina che la considera un'ingerenza in un Paese sovrano. E la Francia insiste anche sui "bombardamenti mirati" contro il regime di Gheddafi: "Non è ancora troppo tardi", ha detto il ministro degli Esteri, Alain Juppé.

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SDA-ATS