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La Libia è vittima di un complotto esterno, corre il rischio di una guerra civile, di essere divisa in diversi emirati islamici, di perdere il petrolio che assicura unità e benessere al Paese, di tornare preda del colonialismo occidentale. Così si è espresso in nottata, mentre circolano voci incontrollate di una possibile fuga del rais, Muammar Gheddafi, il figlio di quest'ultimo, Seif al-Islam.

Questi mentre i disordini arrivavano a Tripoli e per le strade della capitale si spara, in un discorso alla tv alla nazione ha promesso al Paese riforme, una nuova costituzione, e posto due opzioni: "Siamo a un bivio: o usiamo i nostri cervelli, stiamo uniti e facciamo le riforme insieme, altrimenti dimentichiamoci delle riforme e per decenni avremmo la guerra in casa". E ha assicurato che il padre-rais "dirige la battaglia a Tripoli" e che "vinceremo" contro il nemico e "non cederemo un pollice del territorio libico".

Del rais non si hanno più notizia, e mentre si parla di un bilancio di 300 morti, 50 solo nel pomeriggio di ieri a Bengasi, e testimoni affermano di aver udito folle in fermento e spari a Tripoli, alcuni capi tribali hanno abbandonato il regime, invitano Gheddafi a "lasciare il Paese" e anche il rappresentante libico alla Lega Araba annuncia che lascia l'incarico per "unirsi alla rivoluzione".

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SDA-ATS