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Il clima non è tra i più incoraggianti, ma le speranze non mancano. Sono ripresi ieri sera in Marocco i negoziati sulla Libia sotto la mediazione dell'inviato dell'Onu Bernardino Leon.

Assente, anche questa volta, la delegazione del Congresso nazionale Generale (Gnc), il Parlamento di Tripoli, opposto al governo di Tobruk riconosciuto internazionalmente.

Una fase di stallo che si contrappone alla dinamicità che hanno assunto i combattimenti a Bengasi tra le forze speciali libiche contro combattenti della Shura dei rivoluzionari, mentre a Sirte sventolano le bandiere nere del Califfato e nel Mediterraneo non si fermano le stragi dei migranti. In una nota i delegati riuniti in Marocco hanno chiesto al Gnc di "partecipare al dialogo e ai prossimi incontri e di accettare la quinta bozza di accordo per un governo di unità nazionale".

Secco il leader del partito 'Giustizia e Costruzione', braccio politico della Confraternita dei Fratelli musulmani, al potere a Tripoli, che ad un quotidiano locale ha detto di "avere ricevuto l'invito dell'inviato dell'Onu a prendere parte a questo nuovo round negoziale", ma ha precisato che "non intende esaminare nuovamente la bozza di intesa che le parti avevano ricevuto all'ultimo incontro a Skhirat". Ma oltre all'ala più radicale a Tripoli non manca chi chiede invece nuovi incontri per modifiche ed emendamenti al testo.

Ad avere chiuso, almeno per ora, la porta ai negoziati sono i rappresentanti delle tribù libiche che in una riunione a Bani Walid, a sudest di Tripoli, hanno "detto no all'idea di tenere incontri fuori dalla Libia". Le numerose identità tribali del Paese hanno affermato che "l'Islam è la religione ufficiale", che "la libertà, l'indipendenza e la sovranità del Paese rappresentano una linea rossa che non può essere messa in discussione" e che "il diritto di cittadinanza e l'identità deve essere garantita a tutti i componenti della società libica". Il dossier Libia è stato al centro dei colloqui anche al Cairo.

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SDA-ATS