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Anche Londra dice sì ai raid in Iraq. Perché la minaccia dell'Isis "è una minaccia anche per noi", ha scandito il primo ministro britannico David Cameron chiedendo il voto del parlamento che, dopo un dibattito di sei ore e mezza , si è espresso a favore dell'intervento con una larga maggioranza. I caccia della Raf potranno entrare in azione già nelle prossime ore.

Il via libera è giunto con l'approvazione a Westminster di un testo limato all'occorrenza per assicurare il consenso necessario in una missione alla quale la Gran Bretagna arriva dopo settimane di attesa, di tentennamenti, di dichiarazioni di impegno e piccoli passi avanti, nel tentativo di rassicurare un'opinione pubblica scettica, 'traumatizzata' dalle scelte passate, in particolare l'intervento accanto agli Usa nel 2003 contro l'Iraq di Saddam Hussein voluto dall'allora premier laburista Tony Blair. Così il 'sì' britannico oggi è per un'azione limitata all'Iraq e che esclude comunque truppe di terra in ruoli di combattimento.

Condizioni necessarie per ottenere l'appoggio dell'opposizione e il voto alla camera dei Comuni: 524 voti a favore, 43 contrari. Maggioranza netta, quindi, anche se durante il dibattimento non è mancato chi ha espresso perplessità. Cameron è stato chiaro: quella in Iraq "sarà una missione che non durerà qualche settimana, ma anni. Dobbiamo essere pronti a questo tipo di impegno". E sulla Siria, nodo cruciale, ripetendo il suo sostegno all'iniziativa Usa, il premier ha mantenuto aperta la possibilità di estendere la missione, sebbene non per il momento: "non ci sarebbe stato consenso", ha detto.

Cameron non poteva permettersi un altro umiliante rifiuto dopo che poco più di un anno fa ha dovuto fare marcia indietro e ritirare l'appoggio promesso a Washington per eventuali azioni militari in Siria (che in quel momento si minacciavano contro il regime di Bashar el Assad) in seguito ad un sonoro 'no' del parlamento. Il leader dell'opposizione, il laburista Ed Miliband, intanto ha ripetuto che per la Siria c'è bisogno di una risoluzione Onu. Il quesito in queste ore è tuttavia già se il voto di oggi dia il via libera ad un'azione mirata e limitata o sia l'inizio di un'escalation verso quella che qualcuno già indica come 'la terza guerra del Golfo' in un quarto di secolo.

Si armano quindi i jet della Raf: sei cacciabombardieri Tornado posizionati a Cipro, pronti ad intervenire. Sono gli stessi già impiegati in missioni di sorveglianza e ricognizione a sostegno dei raid americani e per raccogliere informazioni preparatorie per l'attacco. Verranno adesso equipaggiati con bombe e missili. Mentre non è un mistero che sul terreno siano presenti elementi delle forze speciali.

"Nessuno deve farsi illusioni", ha avvertito tuttavia da Washington il capo del Pentagono Chuck Hagel. "L'Isis non si sconfigge solo con i raid aerei, i bombardamenti non bastano - ha sottolineato -. Serve un'azione più ampia, anche politica e diplomatica". Mentre nei giorni scorsi il capo delle forze armate Usa, Martin Dempsey, aveva evocato la necessità di impiegare truppe di terra per sconfiggere lo Stato islamico. Un'ipotesi, questa, subito scartata dalla Casa Bianca. Almeno per il momento.

Intanto cresce sempre di più l'allarme terrorismo in Europa. A preoccupare sono soprattutto i 'foreign fighter' visto che si contano oltre 3.000 europei arruolati nelle file dell'Isis per combattere in Iraq e in Siria e che potrebbero rientrare portando con sé il terrore. Lo ha ricordato anche oggi il coordinatore europeo dell'antiterrorismo Gilles De Kerkhove, il quale ha anche avvertito che gli attacchi aerei occidentali fanno aumentare il rischio di azioni di ritorsione in Europa.

Sul terreno l'estrazione nei sei giacimenti petroliferi controllati dallo Stato islamico a Deir Ezzor, nell'est della Siria, è stata interrotta per timore di nuovi raid americani e dopo che gli Usa hanno colpito più volte le raffinerie nelle mani dell'Isis. "L'estrazione è interrotta a causa della situazione di sicurezza. Tutti i siti sono fermi, tranne quello di Coneco, che fornisce il gas necessario alla produzione di elettricità per sei province". Secondo l'Osservatorio siriano dei diritti umani, da luglio l'Isis controlla la maggior parte della provincia petrolifera di Deir Ezzor e produce più petrolio del governo di Damasco.

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SDA-ATS