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Fino a ieri respingevano barconi zeppi di migranti disperati. Ma oggi Malaysia e Indonesia hanno cambiato idea: i due Paesi si sono offerti di ospitare temporaneamente le migliaia di Rohingya e bengalesi da settimane a bordo di carrette del mare.

L'inaspettato annuncio costituisce una potenziale soluzione per almeno tamponare l'emergenza umanitaria nel sudest asiatico, anche se migliaia di migranti ancora in mare potrebbero non fare in tempo a essere salvati.

In un comunicato congiunto dopo colloqui a Kuala Lumpur, i due governi si sono "accordati per offrire rifugio temporaneo, a patto che il processo di rimpatrio e di trasferimento venga completato in un anno dalla comunità internazionale". L'appello ad aiuti stranieri, e non solo alla solidarietà regionale, è stato rimarcato dal ministro degli esteri malese, Anifah Aman: "È un problema mondiale", ha detto, specificando che l'accordo riguarda solo l'ondata di migranti - l'Onu ne stima almeno 4000 - tuttora nel Mar delle Andamane, spesso abbandonati dagli scafisti e senza provviste. Negli ultimi anni, la Malesia aveva già chiuso un occhio di fronte all'immigrazione illegale di oltre 45'000 Rohingya in fuga dalla Birmania.

L'annuncio è arrivato dopo che dei pescatori indonesiani avevano tratto in salvo più di 400 migranti (tra cui oltre 50 tra donne e bambini) in condizioni disperate, denutriti e disidratati, al largo della provincia di Aceh. "Sono rimasto senza parole e sono scoppiato a piangere", ha raccontato uno dei pescatori, ricordando le urla dei migranti e i loro corpi emaciati; uno dei salvati ha raccontato di essere in viaggio da quattro mesi. Il cambio di politica da parte di Malaysia e Indonesia - entrambi a maggioranza musulmana, come i migranti Rohingya e bengalesi - è stato accolto con soddisfazione dalle organizzazioni per i diritti umani, che in precedenza avevano condannato i respingimenti di almeno 2000 migranti in condizioni critiche.

Ma il rifugio temporaneo risolve solo parzialmente l'emergenza, dato che riguarda unicamente i barconi che arrivano vicino alla costa: nessuno sta cercando d'individuare quelli ancora in alto mare. "Più il tempo passa senza una buona operazione di ricerca e soccorso, più le loro condizioni diventano disperate", ha detto Joe Lowry, il portavoce dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni.

La scelta di fornire rifugio temporaneo non è stata seguita dalla Thailandia, l'altro Paese al centro dell'emergenza, e quello che con il suo giro di vite sui trafficanti sul suo territorio ha spinto molti di essi a lasciare in mare i migranti. Bangkok ha solo parzialmente ammorbidito la sua linea dura di fronte agli sbarchi, spiegando che "non respingerà" i migranti rimasti bloccati nelle sue acque territoriali. Non ha però spiegato con chiarezza come agirà. Il generale Prayuth Chan-ocha, a capo della giunta militare, ha ricordato che "gli altri due Paesi hanno meno problemi del nostro".

Della crisi si parlerà il 29 maggio nella capitale thailandese, in un summit di 15 stati alla quale dovrebbe partecipare - scelta comunicata oggi - anche la Birmania. Anche nel caso l'emergenza odierna rientrasse, le cause a monte sono difficili da estirpare: la Birmania non vuole che ai vertici neanche si menzioni il nome "Rohingya", che definisce in realtà "immigranti bengalesi clandestini". Ma sono oltre un milione, di cui 140'000 prigionieri da tre anni di squallidi campi di sfollati, e discriminati sistematicamente. Tanto che alcuni barconi già partiti dalle coste birmane non vengono lasciati rientrare.

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SDA-ATS