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Il devastante terremoto che ha colpito il Nepal causando migliaia di morti ha fatto tremare anche "il tetto del mondo".

La valanga sull'Everest provocata dal sisma ha travolto il campo base e si è portata via la vita di almeno 18 alpinisti stranieri lasciandone altri 30 feriti. Il timore però è che le vittime possano essere molto di più perché questa è la stagione delle spedizioni e sulla montagna più alta del mondo, secondo alcune fonti, oggi c'erano almeno mille scalatori.

Mentre per chi è sopravvissuto alla furia di ghiaccio, neve e rocce si prospetta una notte difficile se i soccorsi non arriveranno in tempo. Tra loro ci sono anche tre alpinisti italiani, Marco Zaffaroni, Roberto Boscato e Marco Confortola, già scampato a un tragico incidente sul K2 nel 2008.

Le notizie dall'Everest sono arrivate in modo frammentario da quegli alpinisti che sono riusciti a comunicare via Twitter e Facebook nonostante un black-out nelle comunicazioni telefoniche. Di ufficiale per ora c'è solo una dichiarazione dell'esercito indiano che ha parlato di 18 alpinisti stranieri morti e 13 cadaveri già recuperati. La valanga ha colpito in uno dei punti più pericolosi della montagna, tra la parete ghiacciata di Khumbu e il campo base dove vengono organizzate la maggior parte delle spedizioni internazionali a 5'000 metri d'altezza.

Nulla al momento trapela sulla nazionalità degli escursionisti e l'Unità di crisi del Ministero degli esteri italiano sta verificando l'eventuale presenza di connazionali. Secondo il quotidiano francese "Le Monde", sono 400 gli stranieri impegnati in questi giorni in spedizioni sulla "regina delle montagne". In Italia sono ore di angoscia per la sorte degli alpinisti Zaffaroni e Boscato, bloccati sull'Everest, e Confortola, che si trova invece sul Dhaulagiri. Le notizie sulle loro condizioni sono poche, vista anche le difficoltà a comunicare. "Siamo bloccati al Campo Uno senza più una tenda ma ospiti delle spedizioni commerciali. Domani vedremo il da farsi", scrive Zaffaroni sul blog della sua spedizione "Everest2015instilegitante" dal quale rivolge un appello.

"Vi preghiamo di non contattarci perché la batteria del satellitare potrebbe essere di importanza vitale. Un abbraccio e a presto". Dal Dhaulagiri Confortola ha postato su Facebook un messaggio intorno alle 16:00.

"Amici, cambiano le priorità, adesso il vero obiettivo è capire come scendere da qui e non più salire. Non sappiamo cosa ci aspetta nei villaggi sottostanti. Abbiamo sufficiente cibo per rimanere al CB e per non distogliere l'uso degli elicotteri impegnati in situazioni ben peggiori della nostra".

Starebbero tutti bene e hanno già contattato le loro famiglie i componenti di un'altra comitiva italiana, guidata dallo scalatore vicentino Mario Vielmo, che ora si trova al campo base di Lothse. Un secondo gruppo, formato in gran parte da vicentini, al momento della scossa era invece già arrivato a Kathmandu. Ed è riuscito a mettersi in contatto con la moglie anche l'alpinista tirolese non vedente, Andy Holzer. Lui e la sua squadra hanno sentito tremare la terra ma stanno bene e non sono stati interessati direttamente dalla valanga.

Come non c'è stato alcun danno alla Piramide del Cnr dove al momento non ci sono italiani, ma solo una leggera crepa nell'edificio vicino alla struttura dove alloggia il personale. E continua essere alto l'allarme tra gli alpinisti sopravvissuti che hanno affidato ai social network le loro drammatiche testimonianze. "È un disastro enorme", ha postato su Twitter l'alpinista romeno Alex Gavan che è riuscito a sfuggire alla valanga che ha travolto il campo base. "Ho aiutato nella ricerca e nel soccorso delle vittime in una vasta area disastrata. Ci sono molti morti, molti altri gravemente feriti. Altri moriranno se un elicottero non arriverà il prima possibile", è l'appello lanciato dall'escursionista quando ormai sulla montagna è calata la notte.

Il danese Carsten Lillelund Pedersen, impegnato in una spedizione con il belga Jelle Veyt, ha descritto su Facebook quei terribili momenti. "La terra ha tremato moltissimo, poi una valanga gigantesca ha spazzato via il campo base. Io e Jelle ci siamo messi a correre per salvarci la vita. Non siamo riusciti a raggiungere le tende e allora ci siamo riparati dietro una roccia. Non si vedeva nulla e respiravamo a fatica". Pedersen ha spiegato che la sua postazione si trova ai margini del campo base "che è come una cittadina, con quasi 500 tende".

Lì ci sono molti feriti, ha spiegato, alcuni dei quali hanno subito fratture e ferite alla schiena nel tentativo di fuggire alla valanga. Tra questi, "il più grave ha entrambe le gambe rotte". La paura è che tanti alpinisti siano rimasti sepolti nelle loro tende. Solo una settimana fa, lo scorso 18 aprile, il Nepal aveva commemorato il primo anniversario della valanga sull'Everest costata la vita a 16 guide. La paura è che il bilancio della strage di oggi sia molto più pesante di quella di un anno fa. Gli sherpa dei sopravvissuti temono, infatti, che tanti alpinisti siano rimasti sepolti nelle loro tende.

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SDA-ATS