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I ministri degli esteri americano e iraniano sono tornati ad incontrarsi oggi a Losanna per chiudere il negoziato sul programma nucleare iraniano prima della scadenza del 31 marzo: gli iraniani ostentano ottimismo, mentre gli americani appaiono più cauti.

Nel corso dei colloqui tra il segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif, che vanno avanti da quasi due anni, è stata ormai raggiunta "una intesa comune" sugli aspetti tecnici, ha detto il capo dell'agenzia atomica iraniana Ali Akbar Salehi. Un responsabile del Dipartimento di Stato Usa ha dal canto suo detto ora "possiamo vedere un percorso" per arrivare a un accordo, ma questo "non significa" che "vi riusciremo".

Fonti europee hanno invece affermato che "i giochi non finiscono questa settimana" perché "nelle ultime settimane si sono fatti progressi molto buoni, ma ancora non ci siamo". E in fondo "c'è tempo fino al 30 giugno", ha detto un alto funzionario europeo chiedendo l'anonimato.

In realtà le intese preliminari che hanno dato l'avvio ai negoziati dei 5+1 (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania) con Teheran stabiliscono che i termini di principio dell'accordo devono essere fissati entro il 31 marzo, e poi devono essere dettagliati e sottoscritti entro la fine di giugno. Un rinvio - che sarebbe il terzo - sembra improbabile, poiché sia il presidente Barack Obama che la Guida suprema iraniana Ali Khamenei sono apparsi sostanzialmente contrari.

Secondo le indiscrezioni, il quadro generale dovrebbe però essere ormai chiaro. Diverse fonti affermano che la bozza di accordo prevede che l'Iran accetti di utilizzare solo 6.000 centrifughe delle 10 mila di cui dispone, per un periodo di almeno 10 anni, in cambio di un progressivo allentamento delle sanzioni imposte dagli Usa, dall'Ue e dall'Onu a Teheran.

Una ipotesi di intesa prevede anche che l'Iran continui a far funzionare centinaia di centrifughe nel segretissimo sito-bunker di Fordow, ma accetti ulteriori restrizioni in altri siti in cui Teheran porta avanti le attività di ricerca e sviluppo del suo programma nucleare.

Non è chiaro se invece sia stato sciolto il nodo del cosiddetto "breakout time". Ovvero, come ha riassunto Obama, la necessità che "ci sia almeno un anno tra noi che li vediamo tentare di ottenere un'arma nucleare e loro che sono effettivamente divenuti in grado di ottenerla".

Ma a complicare il quadro generale ci sono in realtà anche diversi fattori di carattere geopolitico, come la guerra in Siria, o l'offensiva contro l'Isis nella città di Tikrit condotta dagli iracheni con il sostegno iraniano, oltre che americano, o ancora il repentino intervento saudita in Yemen contro i ribelli sciiti sostenuti dall'Iran.

Senza contare il braccio di ferro della Casa Bianca con diversi alleati che sono fortemente contrari all'intesa con l'Iran, tra cui la stessa Arabia Saudita, e ovviamente Israele. E ancora, il fatto che al Congresso i repubblicani minacciano di bloccare ogni eventuale alleggerimento delle sanzioni a Teheran. Forse è proprio tutto questo che indice gli Usa alla cautela.

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SDA-ATS