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Il cambiamento è inevitabile, "che piaccia o no". E deve andare avanti. Il messaggio di Barack Obama nel suo ultimo discorso in Congresso è chiaro e forte. Rivolto a tutti gli americani e soprattutto a chi fra dieci mesi gli succederà alla Casa Bianca.

Con orgoglio rivendica, dopo sette anni da 'Commander in Chief, la forza di quella parola d'ordine che ne decretò il trionfo: "Change". E rivendica i successi della sua presidenza che - sottolinea - lasciano in eredità un'America più sicura e per nulla in declino, nonostante sfide enormi e straordinarie.

Altro, quindi, che "la favola venduta" dai repubblicani, rei per il presidente americano di voler fermare i progressi economici, sociali e sul fronte dei diritti civili, seminando paure, ansie, incertezza. Invece di guardare al futuro con ottimismo e speranza - denuncia - si fa sempre più leva sulla pancia del Paese, con un populismo sempre più pericoloso, ancor più rischioso di quello cavalcato negli ultimi anni dai Tea Party.

Così, nella notte dell'ultimo discorso sullo stato dell'Unione del primo presidente afroamericano della storia, c'è stato senza dubbio un convitato di pietra: Donald Trump. Attaccato (senza mai essere nominato) dal presidente americano, che per marcare la sua distanza dalle posizioni anti-Islam del tycoon candidato alla Casa Bianca cita anche Papa Francesco. Ma attaccato anche dal suo stesso partito, con l'invito di "abbassare il volume" in una campagna elettorale trasformata in una gara a chi alza più la voce. E che per il Grand Old Party rischia di trasformarsi in un boomerang.

"Imitare l'odio e la violenza dei tiranni e degli assassini è il modo migliore per prendere il loro posto", afferma il presidente, citando quelle parole che il Pontefice nel settembre scorso pronunciò proprio nella storica visita al Congresso. Così, aggiunge Obama, "quando i politici insultano i musulmani questo non ci rende più sicuri. È solamente sbagliato. Ci sminuisce agli occhi del mondo e rende più difficile raggiungere i nostri obiettivi. E tradisce quello che siamo come Paese".

Poi la bordata di Nikki Haley - governatrice del Sud Carolina di origini sikh, scelta quest'anno dal partito repubblicano per il tradizionale 'contro-discorso' sullo stato dell'Unione. "Dobbiamo resistere alla tentazione di seguire il richiamo delle voci più arrabbiate", afferma Haley in diretta tv davanti a milioni di americani, finendo paradossalmente per puntare il dito più contro Trump che contro Obama: "Nessuno dovrebbe mai sentirsi indesiderato in questo Paese se ha voglia di lavorare duramente, di rispettare la legge e di amare le nostre tradizioni".

A distanza di ore dall'intervento di Obama, persino il ministro degli Esteri iraniano si permette un'incursione nel clima elettorale statunitense, con quella che sembra una vera e propria entrata a gamba su Trump: "La diplomazia è una cosa per gente saggia, non per arroganti arricchiti", twitta Javad Zarif, uno dei principali artefici del riavvicinamento tra Washington e Teheran. Quel riavvicinamento messo in pericolo da un eventuale ritorno di un repubblicano alla Casa Bianca.

Trump tace. Si limita su Twitter a definire il discorso di Obama "uno dei più noiosi, sconclusionati e senza sostanza che abbia sentito da parecchio tempo". "Una nuova leadership - conclude - arriverà ben presto".

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SDA-ATS