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L'Organizzazione svizzera aiuto ai rifugiati (OSAR) è favorevole all'introduzione di quote per la ripartizione dei profughi in Europa. Essa vede comunque altri margini di manovra nelle direttive di Dublino sull'asilo.

Interpellato dall'ats, il portavoce dell'OSAR, Stefan Frey, afferma che l'organizzazione è fondamentalmente favorevole ad un sistema di contingenti, poiché in tal modo sarebbe ripartita meglio la responsabilità nei confronti di essere umani che hanno bisogno di protezione. Anche se il sistema delle quote - di cui l'UE discuterà martedì - non risolve il problema sarebbe un notevole passo avanti rispetto alla politica attuale, che mira soprattutto a premunirsi e a rifiutare i rifugiati.

Secondo Stefan Frey il sistema di Dublino, che consente di rinviare i profughi nel paese di prima registrazione, ha bisogno di revisioni ma non ha fallito, e d'altronde attualmente non c'è alternativa. Ciò vale anche per la Svizzera, che è uno dei paesi che più approfitta di tali regole. In cifre assolute la Confederazione è lo stato che rinvia più rifugiati verso l'Italia, ricorda il portavoce dell'OSAR.

La possibilità di disporre di vie di legali di fuga dal proprio paese - ad esempio tramite le richieste di asilo nelle ambasciate, i raggruppamenti famigliari ed i visti umanitari - già migliorerebbe parecchio la situazione. In tal modo si potrebbero salvare molte vite e risparmiare molti traumi ai profughi, sottolinea Frey.

Per far fonte agli squilibri, ed evitare che i migranti si stabiliscano quasi esclusivamente nei paesi ricchi come la Germania e non in Romania, secondo l'OSAR bisognerebbe armonizzare gli standard fra gli stati che aderiscono agli accordi di Dublino, in particolare quelli che concernono le procedure d'accoglienza e le condizioni di soggiorno. Riguardo all'integrazione dei rifugiati sarebbe importante che essi possano scegliere il paese di accoglienza, così - afferma Frey - andrebbero in primo luogo dove già ci sono parenti o compaesani.

I richiedenti l'asilo dovrebbero inoltre poter lavorare. Ma attualmente ciò non è regolato alla stessa maniera nei vari stati dello spazio di Dublino. Se - osserva Frey - un giovane eritreo può seguire una formazione in un paese europeo e in seguito trovarvi lavoro, ciò significa che le sue competenze sono ricercate dall'economia. Se invece rimpatria dopo la formazione avrà buone opportunità di rifarsi una vita grazie al bagaglio di conoscenze acquisite. A condizione naturalmente che il regime eritreo cambi, conclude il portavoce dell'OSAR.

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SDA-ATS