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Parità salariale: progetto legge bocciato da sindacati e padronato

Il progetto di modifica della Legge federale sulla parità dei sessi (LPar), che mira ad eliminare le persistenti disuguaglianze salariali, non piace né ai sindacati né al padronato. I primi lo giudicano insufficiente, il secondo eccessivo.

La revisione della LPar, posta in consultazione dal 18 novembre fino ad oggi dal Consiglio federale, prevede l'obbligo per i datori di lavoro con 50 o più dipendenti di effettuare ogni quattro anni un'analisi dei salari nelle loro imprese e di farla verificare da servizi di controllo esterni. La riforma legislativa esclude volutamente controlli diretti da parte dello Stato, che non imporrà neppure obiettivi minimi.

Le donne impiegate nel settore privato guadagnano in media il 19% in meno degli uomini. L'Ufficio federale di statistica (UST), in base ai dati del 2012, ha calcolato che 8,7 punti percentuali (pari in media a 678 franchi al mese) sono inspiegabili. La parità salariale è iscritta nella Costituzione federale dal 1981.

Organizzazioni femminili

L'Alleanza delle società femminili svizzere (alliance f) giudica il progetto minimalista e auspica perlomeno che gli autocontrolli siano estesi a tutte le imprese. La LPar dovrebbe pure contemplare la conciliazione tra vita professionale, vita famigliare e formazione continua.

Gli ambienti consultati erano invitati ad esprimersi anche su una variante della modifica di legge, secondo cui i servizi di controllo sarebbero obbligati a segnalare alla competente autorità - presumibilmente l'Ufficio per l'uguaglianza fra donna e uomo (UFU) - i datori di lavoro che non dovessero effettuare un'analisi dei salari o non dovessero farne controllare lo svolgimento entro un dato termine. L'autorità dovrebbe iscrivere questi datori in un elenco pubblico, analogamente a quanto accade nell'ambito delle leggi federali contro il lavoro nero (LLN) e sui lavoratori distaccati (LDist). Per alliance f questa pubblicazione è assolutamente necessaria.

Sindacati

Pur rallegrandosi per il fatto che il Consiglio federale ha finalmente deciso di occuparsi del tema, i sindacati deplorano un approccio minimalista, esigono sanzioni più severe e chiedono di essere coinvolti nel processo verso l'abolizione delle disuguaglianze tra sessi.

L'Unione sindacale svizzera (USS) ad esempio considera che la rinuncia a sanzioni nei confronti di imprese discriminanti costituisca un'assurdità giuridica. A suo avviso l'analisi dei salari deve obbligatoriamente riguardare tutte le imprese, indipendentemente dalle dimensioni dell'organico, e deve essere effettuata da un'autorità competente.

Il progetto del governo prevede che le aziende dopo aver effettuato l'analisi per conto proprio incarichino servizi terzi (impresa di revisione, organismo di autodisciplina riconosciuto dallo Stato o parte sociale) di controllare come sia stata effettuata, "verificandone unicamente la correttezza dello svolgimento e non il risultato", scriveva il Consiglio federale in autunno.

L'USS chiede invece di essere integrata in una commissione tripartita (accanto allo Stato e al padronato) a livello federale e di essere coinvolta nei controlli. Dal canto suo la centrale sindacale Travail.Suisse auspica multe, per le aziende che sgarrano, proporzionali al fatturato. Unia, che oggi stesso ha manifestato per la parità salariale a Berna, deplora in particolare che la revisione di legge non preveda il perseguimento d'ufficio e il diritto di denuncia da parte delle autorità. Il Sindacato svizzero dei servizi pubblici (SSP/VPOD) e il Sindacato dei media e della comunicazione (syndicom) auspicano misure statali vincolanti.

Padronato

Il padronato ha un parere completamente diverso: sostiene che le misure volontarie hanno permesso di ottenere ottimi risultati e che i provvedimenti previsti dal governo rappresentano un onere eccessivo per l'economia. L'Unione svizzera degli imprenditori (USI) giudica ad esempio il progetto eccessivo, burocratico e una minaccia per la flessibilità del mercato del lavoro.

Presentando la revisione della LPar, il Consiglio federale aveva invece insistito sull'assenza di ostacoli burocratici. Si era basato su una perizia dell'ufficio di ricerca e consulenza INFRAS, secondo cui l'onere della riforma per le imprese è contenuto.

L'USI chiede piuttosto che la Confederazione riconosca finalmente e senza riserve le misure volontarie già adottate dall'economia privata, in particolare le analisi salariali che tengono conto anche delle funzioni dei dipendenti. Assieme all'Unione svizzera delle arti e mestieri (usam) sottolinea che è nell'interesse delle aziende, per conservare il personale qualificato, versare la stessa paga per qualifiche ed esperienze uguali, indipendentemente dal sesso.

USI e usam vedono poi come fumo negli occhi la proposta di liste nere con i nomi delle imprese che non rispettano le regole fissate dalla LPar.

Avenir Suisse

Anche Avenir Suisse, il laboratorio di riflessione su questioni economiche e sociali finanziato dalle grandi imprese, si è schierato chiaramente contro la revisione legislativa. A suo avviso quote, controlli salariali e altre misure stataliste non possono avere effetti sulle persistenti differenze salariali. Queste, sostiene, sono infatti dovute principalmente a decisioni individuali relative alla carriera e alla scelta della professione.

In uno studio pubblicato proprio lo scorso 18 novembre, il "think tank" liberale propone piuttosto il passaggio alla tassazione individuale facoltativa, la deregolamentazione dei servizi di presa a carico per la prima infanzia e un congedo parentale flessibile, complementare al congedo maternità, che risponda meglio ai bisogni delle giovani famiglie.

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