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Paura recessione globale, Fed e Trump spingono le Borse

Le Borse sono salite sulla scia della pioggia di aiuti all'economia promessi dai governi. Keystone/DPA/FRANK RUMPENHORST sda-ats
Questo contenuto è stato pubblicato il 17 marzo 2020 - 22:34
(Keystone-ATS)

Le Borse europee e Wall Street riescono a mettere un argine alla piena di panico scatenata dal coronavirus, aggrappandosi dalle massicce iniezioni di liquidità della Fed e alla pioggia di aiuti all'economia promessi dai governi.

Piazza Affari chiude in progresso dello 2,2%, in linea con Londra (+2,8%), Parigi (+2,8%) e Francoforte (+2%), ma lo spread Btp Bund fa un altro balzo, a 278 punti base, spingendo i rendimenti dei decennali italiani al 2,35%, nonostante la Bce continui ad acquistare Btp. In Europa la migliore è Madrid (+6%), sospinta dai 200 miliardi di euro che il governo spagnolo ha promesso di mobilitare. E anche Wall Street rimbalza dalla più disastrosa seduta dal 1987: il Dow Jones chiude in rialzo del 5,17%. Il Nasdaq avanza del 6,23%. Lo S&P 500 del 5,94%.

Per l'agenzia di rating S&P il coronavirus farà crollare la crescita globale nel 2020 tra l'1 e l'1,5%, a causa di un "collasso della domanda", e scatenerà un'ondata di default, con un'impresa su dieci che potrebbe non essere in grado di ripagare i propri debiti sia negli Usa che in Europa.

Goldman Sachs vede il Vecchio Continente in "chiara recessione" (-1,7%) e taglia la crescita dell'Italia da +0,2% a -3,4%. E di recessione come scenario base parla anche Morgan Stanley, il cui capo economista Chetan Ahya ha ridotto allo 0,9% il pil mondiale e ipotizzato scenari peggiori di quelli della crisi del 2001.

Il tutto mentre si allunga - oggi è stato il turno di Volkswagen e Airbus - la lista delle aziende costrette a chiudere i propri impianti in Europa a causa del Covid-19.

Un quadro sconfortante, peraltro già scontato dagli investitori che - di fronte al materializzarsi del "cigno nero" - cercano conforto nella politica fiscale e monetaria. Anche perché i segnali di nervosismo non mancano.

L'indice Libor a tre mesi in dollari - indicatore del costo del denaro a breve termine - è salito di 16 punti base all'1,05%, il balzo più grande dal 2008, segno di forti tensioni sui mercati del credito. Per spegnere le quali è scesa in campo prepotentemente la Fed, che ha messo a disposizione 500 miliardi di dollari di pronti contro termine con scadenza a un giorno e ha riaperto la commercial paper funding facility, strumento creato in occasione della crisi del 2008 per alimentare il credito verso le imprese e le famiglie.

Non è stato da meno il governo americano, con il presidente Donald Trump al lavoro per far approvare al Congresso un piano da più di 1.000 miliardi di dollari che prevede pagamenti diretti di oltre 1.000 dollari ai cittadini e aiuti alle imprese.

Mentre, in serata, anche la Gran Bretagna ha annunciato il suo "whatever it takes", sotto forma di 330 miliardi di sterline (404 miliardi di franchi) di prestiti alle imprese garantiti dallo Stato. Da parte sua la Spagna punta a mobilitare 200 miliardi di euro, di cui 117 pubblici.

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