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Qualcuno l'ha già definito il nuovo "quartetto" per la pace in Medio Oriente. Papa Francesco, il presidente israeliano Shimon Peres, quello palestinese Abu Mazen (Mahmoud Abbas), insieme al patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, riuniti nei Giardini Vaticani per iniziativa del Pontefice per una storica invocazione comune di pace delle tre religioni monoteistiche e dei più alti rappresentanti dei due popoli in conflitto, hanno mostrato al mondo come sia possibile aprire una nuova via, a partire da una rafforzata vicinanza delle rispettive fedi, basata sul rispetto e la fiducia, laddove la politica resta attanagliata dai reciproci veti e dalle annose ostilità e diffidenze.

Mai come in questo caso non è sprecato l'aggettivo "storico" per la preghiera che, nella quasi fiabesca cornice di un prato triangolare nei Giardini Vaticani, delimitato da due siepi tra la Casina Pio IV e i Musei, con sullo sfondo la mole della cupola di San Pietro, ha messo insieme i leader di due popoli in guerra da decenni, e il cui negoziato arranca in uno stallo senza fine. Dove mesi fa aveva fallito il governo degli Stati Uniti è riuscito invece papa Francesco, il cui invito lanciato nel suo recente viaggio in Terra Santa è stato immediatamente accolto da Peres e Abu Mazen, uniti con i rappresentanti delle religioni ebraica, cristiana e musulmana per invocare il dono della pace per i rispettivi popoli e per la regione.

La politica per un giorno ha lasciato il campo alle religioni: l'ebreo Peres e il musulmano Abu Mazen sono intervenuti da credenti. Ma certo la loro immagine al fianco del Papa, gli abbracci che si sono scambiati tra loro e con il Pontefice, l'ulivo piantato insieme nei Giardini, la foto di gruppo al termine del colloquio finale, sono icone di una forza straordinaria.

Nessuno si illude che domani "scoppierà la pace". Ma certo, come ha auspicato papa Francesco, l'incontro può essere "l'inizio di un cammino nuovo alla ricerca di ciò che unisce, per superare ciò che divide". In un'atmosfera allo stesso tempo rilassata e solenne, dopo gli incontri e i colloqui del Papa con Peres e con Abu Mazen a Casa Santa Marta, i quattro protagonisti di questo evento senza precedenti si sono trasferiti su un pulmino bianco nell'area scelta per l'invocazione di pace, "neutra", senza simboli religiosi che potessero urtare le diverse fedi.

Qui li attendevano le delegazioni composte in gran parte, per quanto riguarda Israele e Palestina, di rappresentanti religiosi delle varie comunità presenti nei loro territori. E dopo le letture e le invocazioni distinte delle tre diverse fedi, prima l'ebraica, poi la cristiana e la musulmana, gli interventi del Papa e dei due presidenti.

"È un incontro che risponde all'ardente desiderio di quanti anelano alla pace e sognano un mondo dove gli uomini e le donne possano vivere da fratelli e non da avversari o da nemici", ha detto Bergoglio. I figli, ha osservato, "ci chiedono di abbattere i muri dell'inimicizia e di percorre la strada del dialogo e della pace". Troppi i morti, ha lamentato il Pontefice: "la loro memoria infonda in noi il coraggio della pace", perché, ha aggiunto, "per fare la pace ci vuol coraggio, molto di più che per fare la guerra". Quindi "dire sì all'incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza". Nella sua preghiera, Francesco ha ripetuto il grido "mai più la guerra", perché con essa "tutto è distrutto". La richiesta del Papa è stata anche di avere il coraggio di compiere "gesti concreti per costruire la pace": insomma di essere "ogni giorno artigiani della pace".

Peres ha definito il Papa "costruttore di ponti di fratellanza e di pace" e l'evento in Vaticano un "invito eccezionale" e una "commovente occasione". Ha spiegato che i due popoli - gli israeliani e i palestinesi - "desiderano ardentemente la pace", e in particolare una "pace fra eguali". Importante la sottolineatura dell'anziano presidente ormai a fine mandato che "la pace non viene facilmente. Noi dobbiamo adoperarci con tutte le nostre forze per raggiungerla. Per raggiungerla presto. Anche se ciò richiede sacrifici e compromessi". Un'indicazione, questa, anche a chi deve condurre i negoziati.

Abu Mazen, infine, non ha mancato di rilevare che "il popolo della Palestina - musulmani, cristiani e samaritani - desidera ardentemente una pace giusta, una vita degna e la libertà", e ha pregato che il futuro dei palestinesi sia "prospero e promettente, con libertà in uno stato sovrano e indipendente", chiedendo anche "sicurezza, salvezza e stabilità".

Auspicando "riconciliazione", insieme alla possibilità che la Palestina sia una terra sicura "per tutti i credenti e un luogo di preghiera e di culto per i seguaci delle tre religioni monoteistiche", ha citato anche Giovanni Paolo II, secondo cui "se la pace si realizza a Gerusalemme, la pace sarà testimoniata nel mondo intero". Un seme è stato gettato. Con l'impulso delle religioni accomunate nelle rispettive preghiere, papa Francesco ha voluto indicare che è da lì che può partire il riavvicinamento dei popoli e la soluzione dei conflitti. L'esito della sua iniziativa si vedrà. Ma questo 8 giugno resterà scolpito come una fondamentale tappa di pace.

SDA-ATS