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"Francia e Germania lavorano insieme, mano nella mano, per la difesa dell'euro": è l'immagine data ai giornalisti da Nicolas Sarkozy che, assieme ad Angela Merkel, nel bel mezzo del Consiglio Ue ha annunciato l'attesa proposta di un Patto per la competitività tra i Paesi dell'Eurozona.

Un Patto aperto a chiunque nella Ue vorrà aderirvi e che - almeno nella versione messa giù da Berlino col placet di Parigi - dovrebbe costringere i membri dell'euro a una forte moderazione salariale, a un innalzamento dell'età pensionabile, all'introduzione nelle Costituzioni nazionali di limiti per il deficit e a un aumento degli investimenti in innovazione e ricerca. Pena pesanti sanzioni.

Una vera e propria stretta che, specialmente per i tedeschi, è 'conditio sine qua non' per il via libera al rafforzamento dell'attuale Fondo salva-Stati sul quale si è trovato comunque un accordo di principio. Dopo le misure per affrontare l'emergenza debiti sovrani - è il messaggio del presidente francese e della cancelliera tedesca - è dunque l'ora di passare alla fase due, "a un piano strutturale" che rafforzi la cooperazione economica e il coordinamento tra i governi di Eurolandia.

Merkel parla espressamente di "cooperazione rafforzata", la procedura Ue per cui un gruppo di Stati può decidere di andare avanti da solo su determinati dossier, senza l'accordo di tutti i 27. "I problemi dell'Eurozona - ha detto chiaramente Sarkozy - vanno discussi a 17. E il Patto sulla competitività va discusso a 17 più quelli che ci stanno". E, secondo Merkel, "altri sono interessati". Sarkozy si è quindi difeso dalle critiche: "Non vogliamo imporre a tutto il mondo la stessa cosa", ma "metterci d'accordo su criteri comuni".

Non tutti, però, al tavolo dei leader hanno gradito l'ennesimo pressing franco-tedesco. La Commissione Ue, che già da tempo ha presentato le sue proposte di riforma della governance (comprese nuove regole per eliminare gli squilibri economici e aumentare la competitività di tutti i Paesi euro), è furibonda, sentendosi tagliata fuori da un metodo intergovernativo molto lontano dal metodo comunitario.

Sono le stesse preoccupazioni del presidente dell'Eurogruppo, il premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, che a chiare lettere ha affermato: "Non accetteremo mai l'abolizione dell' indicizzazione dei salari". Uguale la posizione del premier belga, Yves Leterme. E nel fronte del 'nò si annoverano, tra gli altri, anche Spagna, Portogallo e Polonia. Tutti ripetono lo stesso ritornello: le decisioni si prendono a 27.

Ma Merkel e Sarkò danno la linea anche sui modi e sui tempi: il nuovo Patto andrà approvato nel Consiglio Ue di fine marzo, ma non senza aver convocato un vertice straordinario dei leader dell'Eurozona ai primi del mese prossimo (l'indicazione è che sarà dopo il 9 marzo). Nel frattempo sarà il presidente della Ue Herman Van Rompuy a mediare, consultando le varie capitali e presentando ai primi di marzo un rapporto. Una road map, quella proposta dall'asse Berlino-Parigi, che alla fine passa per intero, e viene recepita nella breve dichiarazione dei leader dell'Eurozona allegata alle conclusioni del Consiglio Ue.

Ma un altro fronte - oltre a quello con la Commissione europea e con una parte del Consiglio Ue - rischia di aprirsi. E di portare (come ieri ha paventato Juncker) a un'impasse politico-istituzionale nella Ue: quello col Parlamento europeo. Il presidente, Jerzy Buzek, se da un lato si è appellato ai leader chiedendo regole più stringenti sul fronte delle finanze pubbliche e delle sanzioni per i Paesi poco virtuosi, dall'altro ha invitato a difendere il metodo comunitario. Si preannuncia battaglia: con la commissione affari economici e monetari dell'Europarlamento che già affila le armi: il patto Sarko-Merkel "non sarà mai avallato"; ed è grave che i due più importanti Stati fondatori della Ue vogliano ricorrere ad un metodo intergovernativo. Intanto anche i sindacati europei si dicono pronti a scendere in piazza se il Patto franco-tedesco andrà avanti.

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SDA-ATS